Intervista ad Arlinda Laska: tutte le difficoltà che deve affrontare una “Donna in carriera”

«Le cosiddette quote rosa sono lesive delle logiche di merito – dice l’influencer a Open -. Per il problema del gender gap in Italia, più che sulla parità salariale mi concentrerei sulla parità di opportunità e di trattamento»

C’è un tema, quello del gender gap, che in Italia si fa fatica ad affrontare e risolvere. C’è persino un ministero, quello per le Pari opportunità, che è competente in questa materia: dal 1997, anno in cui è stato istituito, non è riuscito a promuovere politiche in grado di cancellare quella disparità. Vero che il background culturale è difficile da scardinare, ma il fatto che il nostro Paese sia al 76esimo posto nel mondo per la parità di genere – stessa posizione del decennio scorso -, fa pensare che troppo poco si sia fatto per rimuovere quei macigni che le donne italiane si trascinano dalla nascita. Solo per essere nate donne, appunto.

Secondo le statistiche del Global Gender Gap Report, documento redatto dal World Economic Forum, la Penisola è 44esima nel mondo in quanto a ruolo delle donne in politica, 30esima per la quota di donne in Parlamento. Scende al 117esimo posto per opportunità e partecipazione economica e 125esima per parità retributiva con gli uomini. Una situazione che dovrebbe allarmare ma che continua a non avere il dovuto peso nelle attenzioni della classe dirigente e dei politici.

Matteo Renzi, quando il 18 settembre 2019 ha fondato Italia viva, ha posto come regola del partito quella di affidare tutte le cariche interne a un uomo e a una donna. «Ogni organismo politico, a partire dai nostri, deve essere costruito sul principio della parità di genere», si legge nella carta dei valori. Nicola Zingaretti, segretario del Partito democratico, al termine del conclave di Rieti dello scorso 14 gennaio, ha parlato di cinque proposte per indicare la strada al governo. Tra queste, tale Equity Act: un programma per il raggiungimento della parità salariale uomo-donna.

Ma a parte le dichiarazioni e qualche tiepido segnale politico, la triste realtà è un’altra: «Per ogni euro guadagnato da una donna, un uomo in Italia nel 2018 ne guadagna 1,92€. Quasi il doppio!». Arlinda Laska, nata a Durazzo ma cresciuta e formatasi nel nostro Paese, è una blogger e influencer che si occupa di diritti delle donne e di parità di genere. «Oggi lavoro come marketing manager a Londra. Mi dedico a start-up che operano nell’ambito “tech for good”, aziende tecnologiche la cui mission è quella di creare, oltre al profitto, un impatto sociale positivo».

Sul web è conosciuta come Arli. Nel 2016 ha fondato il blog Donna In Carriera: a 31 anni, Laska ha costruito intorno a sé una community di donne che, sui vari social, le chiedono quotidianamente indicazioni riguardo la ricerca del lavoro e il percorso di carriera, con la consapevolezza di partire da una posizione di svantaggio perché nate donne.

Arli, come mai l’esigenza di aprire un blog sulla parità di genere nel mondo del lavoro? E perché, secondo il tuo parere, sei seguita da così tante persone?

«Quando mi sono approcciata al mondo del lavoro, una volta conclusa l’università, mi sono resa conto dell’assenza di riferimenti validi su temi riguardanti la carriera, la gestione delle relazioni professionali e tutto quello che vi ruota attorno. Più che sul problema del gap di genere nel mondo del lavoro, il mio blog si concentra sulle soluzioni e sul creare occasioni di riflessione per superare certi limiti e creare una carriera a misura delle proprie ambizioni. Nel 2016 pullulavano food e fashion blog, ma non trovavo piattaforme in cui si parlasse di questi temi. Per questo credo si sia creato attorno al blog un confronto tanto vivace; è un tema sentito da molte donne».

Ti definisci un’influencer del women’s empowerment?

«”Ni”. Nella sostanza sì, è un tema che mi sta molto a cuore e a cui dedico parte del mio tempo libero, che sia tramite il blog o associazioni di volontariato che agiscono in tal senso. Faccio però un passo ulteriore, perché a livello semantico concordo con chi sostiene che la parola stessa, “women empowerment”, metta le donne in una posizione quasi passiva. Alle donne non devono essere “conferiti” nuovi poteri: dobbiamo piuttosto darci il permesso di esercitare quelli che già abbiamo e lavorare insieme perché le opportunità per farlo, in ogni ambito, siano più eque».

Credi che l’Italia sia un Paese maschilista?

«In un evento a Roma a cui ho partecipato qualche tempo fa, un importante personaggio politico ha continuato a chiamare “dottore” ogni uomo che salisse sul palco e “signorina” tutte le altre donne. Le donne in questione, mie ex colleghe, erano ingegneri che lavorano ai programmi di intelligenza artificiale di Google, professioniste con dottorati conseguiti presso alcune delle università più prestigiose al mondo. Non mi spingo a definire un intero Paese come maschilista, ma avendo lavorato sia in Italia che in Inghilterra, e avendo viaggiato tanto in tutta Europa per lavoro, posso dire che atteggiamenti simili purtroppo li ho riscontrati principalmente in Italia. Questa forma di maschilismo è quella più pericolosa; è strisciante, difficile da identificare e richiamare, ma contribuisce a fomentare un retaggio culturale di cui non beneficiano né uomini né donne».

Dovrebbe essere la politica ad assumersi la responsabilità di rendere effettiva la parità di genere?

«È un problema complesso e molto sfaccettato; per questo ritengo vada colpito su più fronti e la politica è solamente uno di questi. Credo la politica dovrebbe attaccare il problema ai fianchi. Prendiamo ad esempio il congedo di maternità e paternità; nei paesi del Nord Europa in cui il congedo viene equamente distribuito fra i due genitori, le aziende hanno smesso di guardare alla donna come “la risorsa che potrebbe lasciarci scoperti se rimane incinta”, perché entrambi i genitori sono chiamati al compito di una genitorialità realmente condivisa».

Quali sono i problemi annosi che colpiscono le donne sul luogo di lavoro?

«Ne menziono alcuni:

  • Gli atteggiamenti maschilisti e discriminatori cui facevamo riferimento prima. Moltissime mie lettrici, spesso madri lavoratrici, mi raccontano di casi di mobbing, di colloqui in cui le prime domande riguardano l’età o la volontà di avere figli oppure no e non le competenze o l’esperienza;
  • Una rappresentazione vecchia di anni che riconosce nell’uomo la persona al potere. Bisogna lavorare insieme per sradicarla: tutt’oggi esistono libri di didattica in cui la madre viene rappresentata come la casalinga con l’aspirapolvere in mano che si occupa della casa e dei bambini, mentre il padre è l’uomo in giacca e cravatta con un piede sulla porta e una valigetta in mano;
  • Che si tratti della cura dei figli o quella dei genitori anziani, è spesso sulle donne che si riflette questo impegno. Le statistiche sulle donne costrette a lasciare il lavoro dopo il primo figlio, a causa delle proprie condizioni economiche e familiari, sono allarmanti. Contribuisce ad alimentare il circolo vizioso e, in casi estremi, ad avere donne non indipendenti economicamente nella rete di relazioni violente».

Nicola Zingaretti, segretario del Partito democratico – al governo da settembre – ha proposto il 14 gennaio un Equity Act per la parità salariale uomo-donna. Come commenti questa proposta e secondo te qual è la strada da seguire per rimuovere il gender gap nel mondo del lavoro?

«Più che sulla parità salariale, mi concentrerei sulla parità di opportunità e di trattamento. Gli uffici di risorse umane delle aziende dovrebbero impegnarsi attivamente affinché, nelle proprie sedi di lavoro, certi bias e discriminazioni vengano sradicati, affinché ci sia un ambiente in cui una donna (o un uomo) si sentano di poter redarguire i comportamenti negativi, sia in modo orizzontale (fra colleghi) che verticale».

Matteo Renzi, invece, fondando Italia viva ha imposto che nell’organigramma del partito ogni ruolo fosse sdoppiato e ricoperto da una figura maschile e una femminile. Come valuti questa misura?

«Semplicistica e potenzialmente lesiva delle logiche di merito. Nel mio lavoro, che si parli di scelte di assunzione o rappresentazione di genere, pongo sempre attenzione alla diversity, ma se fosse così rigidamente imposta credo diventerebbe più un limite che uno strumento. In ambito tech, ad esempio, non è sempre facile trovare ingegneri donne – è una questione di numeri, ma è anche un problema che va risolto su un piano diverso rispetto a quello da cui è stato generato, parafrasando una nota citazione di Einstein. Ovvero non fare compromessi sulla qualità delle assunzioni con l’obiettivo aprioristico di raggiungere certe quote, ma andare a comprendere le cause del perché le donne si approcciano meno alle discipline STEM e quindi lavorare su quelle».

In questi giorni si discute di taglio del cuneo fiscale e ci sono molte proposte in ballo. Di fatto, in Italia il lavoro è mal pagato, sia esso femminile o maschile. In base alla tua esperienza, ritieni il salario la problematica principale del lavoro in Italia?

«È indubbio che le aziende in Italia siano sottoposte ad un carico fiscale non indifferente. Parlando di New York, Sinatra cantava che “se ce l’ho fatta qui, posso farcela ovunque”. Credo che valga un po’ lo stesso per gli imprenditori italiani che si lanciano con coraggio nel fare impresa. Gli stipendi sono sicuramente una problematica che spicca, ma a questo aggiungerei una cultura del lavoro spesso arretrata (vogliamo parlare del presenzialismo imposto in certe aziende?) e un sistema di welfare aziendale spesso inesistente, che va a ledere principalmente le donne. Infine, vorrei evidenziare anche un problema di competenze fra i neolaureati (skills mismatch). Il sistema scolastico italiano, ottimo sotto alcuni punti di vista, forma per un mondo del lavoro che esisteva trenta anni fa».

Oggi, giovani e donne sembrano dover faticare il doppio per avere una carriera al livello delle generazioni (maschili) precedenti. Come lo spieghiamo ai millennial e alla generazione Z?

«Le condizioni, a livello economico e sociale, sono indubbiamente cambiate e con l’accelerazione del progresso tecnologico lo faranno a una velocità sempre maggiore. Ma bisogna stare attenti a non disperdere troppe energie solamente puntando il dito sui problemi. Se è vero che problemi strutturali esistono e vanno risolti a un livello più alto, è anche vero che in un contesto così liquido e in costante evoluzione noi giovani dobbiamo assumerci la responsabilità del cambiamento. Accogliere oneri e onori che derivano dal vivere in quest’epoca di stravolgimenti, ma anche di opportunità inimmaginabili anche solo un decennio fa o in tantissime altre parti del mondo meno privilegiate».

L’ultima è una domanda aperta: consigli alla politica, alle donne, ai giovani per riuscire a ritagliarsi il proprio posto nel mondo del lavoro.

«Partirei dall’esortazione greca iscritta nel tempio di Apollo a Delfi: “Conosci te stesso”. Quali sono i valori e i talenti che vuoi mettere a servizio del tuo lavoro e degli altri? Qual è la scelta professionale che più ti avvicina alla vita che vuoi vivere e all’impatto che vuoi avere? Da lì, impegnarsi in un percorso di formazione continua, cercare riferimenti e occasioni di confronto con altre persone, mentori e colleghi, senza rimanere isolati nella propria bolla. E, non appena possibile, restituire l’aiuto che si è ricevuto nella propria scalata a chi sta iniziando ora la propria. E se non lo si è ricevuto, dare avvio nel proprio piccolo a un comportamento virtuoso».

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