Coronavirus, Cina sempre più isolata: stop dopo British Airways anche per Lufthansa

Voli sospesi, evacuazioni, quarantene in entrata e stop all’attività industriale: si moltiplicano le soluzioni di emergenza di fronte alla continua espansione del virus

Mentre i morti salgono a 132, i casi accertati 5.974 e i contagi superano quelli della Sars, il mondo comincia ad adottare soluzioni estreme per tentare di arginare la diffusione del coronavirus.

Stop ai voli

Sky News riferisce che la compagnia di bandiera britannica ha deciso di sospendere tutti i voli da e per la Cina per via dell’epidemica causata dal nuovo coronavirus. In un comunicato stampa la compagnia ha fatto sapere che la decisione, presa su consiglio del ministero degli Esteri, avrà effetto immediato.

Nel pomeriggio del 29 gennaio anche Lufthansa ha deciso di cancellare i voli da e per la Cina. Lo ha confermato la compagnia aerea tedesca, dopo una prima indiscrezione pubblicata dalla Bild.

La Casa Bianca intanto valuta uno stop su tutti i collegamenti aerei con la Cina. La United Airlines ha già bloccato i collegamenti con Pechino, Shanghai e Hong Kong. Anche l’indonesiana Lion Air, la più importante compagnia aerea del sudest asiatico, ha deciso di interrompere tutti i voli da e per la Cina a partire dal 1 febbraio.

Evacuazioni e rimpatri

Nel frattempo è atterrato in Alaska l’aereo proveniente da Wuhan con oltre 200 cittadini americani a bordo, riportati negli Stati Uniti per proteggerli dal contagio. Dopo il rifornimento, l’areo ripartirà per una base militare in California.

Anche la Turchia ha deciso di rimpatriare i suoi cittadini a Wuhan, 32 in tutto. L’ambasciatore turco a Pechino, Emin Onen, ha dichiarato che le evacuazioni avverranno «entro qualche giorno».

Toyota si ferma, Starbucks chiude metà dei punti vendita

Toyota ha interrotto la produzione in Cina fino al 9 febbraio, per i timori che l’infezione da coronavirus si diffonda ancora più rapidamente. «Considerati vari fattori, tra cui le linee guida dei governi locali e regionali e la situazione della fornitura di componenti, a partire dal 29 gennaio, abbiamo deciso di interrompere le operazioni nei nostri stabilimenti in Cina fino al 9 febbraio – ha annunciato il portavoce della casa automobilistica Maki Niimi.- Monitoreremo la situazione e prenderemo eventuali ulteriori decisioni sulle operazioni il 10 febbraio».

Starbucks ha annunciato la chiusura temporanea di metà dei propri punti vendita in Cina sui timori di contagio del coronavirus. La catena di negozi di caffè non è la prima a chiudere negozi nel Paese: pochi giorni fa anche McDonald’s aveva annunciato una decisione simile. Alla fine del 2019 Starbucks contava in Cina 4.292 negozi, il 16% in più dell’anno precedente. La chiusura, ha precisato la società, avrà un impatto sul trimestre e sull’intero anno fiscale.

Il 28 gennaio anche Apple ha fatto sapere di aver chiuso uno dei negozi in Cina e di aver ridotto l’orario degli altri store. Nel caso di un peggioramento ulteriore delle condizioni in Cina, la compagnia di cupertino potrebbe implementare anche un piano di restrizione dei viaggi per il personale.

La quarantena in entrata

Il presidente australiano Scott Morrison, duramente criticato negli ultimi mesi per la sua gestione degli incendi che hanno devastato il Paese, è nuovamente oggetto di critiche per la controversa soluzione proposta dal suo governo: spedire i 600 australiani di ritorno dal Wuhan, epicentro del virus cinese, per due settimane sull’isola di Natale (Christmas Island) che ospita il centro di detenzioni per migranti, noto per le sue pessime condizioni.

L’isola al momento ospita una sola famiglia di quattro persone originarie dello Sri Lanka, ma la struttura può ospitare fino a 1.000 persone. Si tratterebbe del primo caso di quarantena “in entrata” che va a sommarsi ai controlli dei passeggeri in aeroporti: varie città cinesi hanno già imposto una blocco alle partenze in uscita dei propri cittadini per cercare di arginare il contagio.

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