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Coronavirus, non tornerà in Italia la prof di Brescia che vive con il figlio a Wuhan: «La nostra vita è qui»

02 Febbraio 2020 - 08:51 Redazione
epa08181936 Travellers wearing masks are seen at the Changi Airport in Singapore, 31 January 2020. Singapore will close its borders to travellers from China, including foreigners who have been in the country for 14 days as they ramp up measures to stop the spread of the coronavirus outbreak that originated from Wuhan.  EPA/HOW HWEE YOUNG
«La mia vera paura è che se vado in Italia, poi non riesco più a tornare qui», ammette la 46enne Sara Platto
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L’aereo che riporterà gli italiani da Wuhan, epicentro dell’epidemia Coronavirus, sta per partire. Ci saranno a bordo circa 50 nostri connazionali, ma non Sara Platto, veterinaria e docente universitaria di 46 anni, che vive in Cina con il figlio di 12 anni. Platto lo aveva detto sin dall’inizio che sarebbe stata propensa a restare e ora che il rimpatrio è diventato realtà non ha cambiato idea, nonostante i contagi continuino ad aumentare dentro e fuori dalla Cina. «La mia vita è qui e anche quella di mio figlio», dice la docente italiana a Repubblica. «Ho tantissimo lavoro, l’Università è chiusa, ma dopo il contagio, in Cina è esploso il tema degli animali selvatici, molti pensano a torto che lo trasmettano anche cani e gatti», dice Platto che è consulente di una fondazione che si occupa di biodiversità e che in questo momento sta portando avanti campagne di informazione sul virus.

«La mia vera paura è che se vado in Italia, poi non riesco più a tornare qui», ammette. È ottimista e convinta che non ci siano rischi per la sua salute e per quella di suo figlio: «Il rischio non è così alto. Per prendere il virus devi stare a contatto con persone malate e con la vita che facciamo per ora è impossibile, esco solo per andare al supermercato e indossiamo le mascherine. Altre epidemie sono state peggiori». E se a suo figlio venisse la febbre? «Gli do antibiotici e paracetamolo, consulto il medico. Anche in ospedale chi non ha polmoniti gravi viene curato così, cioè la maggioranza delle persone».

Immagine di copertina: foto d’archivio | Ansa

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