Coronavirus, la testimonianza della prof di Brescia a Wuhan: «Se vado via, poi che ne sarà del mio lavoro?»

Tra oggi e domani partiranno 59 connazionali. Sara Platto, italiana residente nella città cinese epicentro dell’epidemia, non sarà tra questi

Sara Platto non esce di casa da 10 giorni da quando, insieme a suo figlio di 12 anni, è stata mandata in «vacanza forzata». Così si vive in tempo di epidemia a Wuhan, epicentro dell’epidemia di Coronavirus. La città cinese è casa per Platto da sette anni, quasi metà del tempo che ha vissuto nel paese asiatico. Adesso, con l’acuirsi della crisi, lei come molti altri cittadini stranieri hanno dovuto fare una scelta: rimanere o abbandonare la Cina?


Partire o restare

Per il momento Platto ha scelto rimanere. «Se vado via, penso di dover passare due settimane in quarantena e poi le cose qui si risolvono, come sono sicura che sarà, e intanto, il lavoro?», spiega in un’intervista al Corriere della Sera. L’attesa è resa sopportabile anche dalla solidarietà tra concittadini – i miglior organizzati sostiene Platto, si tengono in comunicazione via WeChat – e dai «vecchi cinesi che passeggiano o pescano sul fiume ci dà serenità».

«Ci sono due Cine»

Insegnante di Comportamento e benessere degli animali all’università Jianghan, nella città da cui è partita l’epidemia, Platto dice di interessarsi in prima persona al commercio di animali selvatici (fa parte di una Fondazione cinese che si batte contro questo commercio), fenomeno che sarebbe alla base dell’epidemia.

La prima Cina è fatta di giovani che difendono le specie di animali salvatici, mentre la seconda è «dei nuovi ricchi, della classe media che vede nella carne di animali selvatici e protetti uno status symbol». Platto si dice convinta che la prima Cina prevarrà sulla seconda. Anche grazie al virus che è stata «una sberla forte».

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