Come il regime cinese provò a nascondere il virus, ordinando di non diffondere l’allarme per un mese (decisivo)

Una ricostruzione del New York Times ha dimostrato come le autorità cinesi abbiano preso tempo volontariamente prima di lanciare l’allarme sulla nuova patologia

Erano i primi giorni di dicembre quando a Wuhan, in Cina, i medici si accorsero di un nuovo «spaventoso» virus che aveva colpito alcuni pazienti. Le autorità, venute a sapere della notizia, impedirono ai dottori di lanciare l’allarme, perdendo così l’occasione di evitare che la malattia si trasformasse in un’epidemia.


È questa la tesi promossa dal New York Times che, portando le testimonianze di medici ed esperti, ha ricostruito i primi passi del virus che è ormai famoso in tutto il mondo e che ha già fatto centinaia di vittime e migliaia di contagi: il 2019-nCov, anche detto Coronavirus.

Informazioni private

È il 30 dicembre quando il medico Li Wenliang (attualmente ricoverato per aver contratto il coronavirus) scrive su una chat di gruppo con i propri specializzandi che una misteriosa malattia ha colpito 7 pazienti. «Sono stati messi in quarantena nel dipartimento d’emergenza scrive». «Spaventoso», risponde uno dei partecipanti. «Che sia di nuovo la Sars?».

Non passa troppo tempo quando, nel cuore della notte, gli ufficiali dell’autorità medica di Wuhan chiedono al dottor Li perché ha diffuso l’informazione. Tre giorni dopo, lo obbligano a firmare un documento in cui dichiarava che il suo allarmismo costituiva un «comportamento illegale».

Il giorno successivo, il 31 dicembre la polizia annuncia di aver cominciato le indagini su 8 persone che stanno diffondendo notizie false in merito alla diffusione di una malattia. Lo stesso giorno, forzata dai rumors, la commissione salute di Wuhan annuncia che ci sono stati 27 casi di polmonite di cui non si conosce la causa, ma di cui non bisogna preoccuparsi.

Da inizio dicembre, quando appaiono i primi sintomi in alcuni pazienti (e quindi ancora prima del messaggio del dottor Li) passano 7 settimane. Stando ai testimoni sentiti dal Nyt, in tutto ci sono 49 giorni di silenzio prima che il governo decida di chiudere la città di Wuhan – che conta più di 11 milioni di abitanti – e di fare un comunicato ufficiale ai media.

Stando agli esperti sentiti dal quotidiano americano, «non muovendosi rapidamente nell’avvertire il pubblico e i medici, il governo cinese ha perso una delle migliori occasioni che aveva per impedire che una malattia diventasse un’epidemia».

Nel mercato di Wuhan

Hu Xiaohu vende maiale al mercato del pesce di Wuhan. Da metà dicembre inizia a notare che qualcosa non va: alcuni dei commercianti iniziano ad ammalarsi di una «fastidiosa febbre». Molti di loro vengono portati in ospedale e messi in quarantena, senza che nessuno sappia perché.

Negli ospedali della città, i dottori e gli infermieri hanno a che fare con i sintomi di quella che sembra una polmonite virale, che però non risponde ai trattamenti nel modo in cui dovrebbe. L’unica cosa a cui riescono a risalire è che i pazienti hanno un fattore in comune: lavorano al mercato del pesce di Wuhan.

Non passa molto prima che le autorità entrino in azione: il primo gennaio del 2020, il mercato viene chiuso. Le autorità spiegano che si tratta di alcune operazioni di rinnovo, ma lo stesso giorno si presentano sul posto persone con tute ignifughe e spray disinfettanti. Il giorno prima le autorità nazionali avevano avvertito gli uffici di Pechino dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità che a Wuhan era nato un focolaio.

«Tutto sotto controllo»

Gli ufficiali, però, si mostrano ottimisti al pubblico e ai media. Abbiamo fermato il virus alla radice, dicono, e la diffusione della malattia è stata circoscritta. Nessun contagio ulteriore si è verificato tra esseri umani.

Nove giorni dopo la chiusura del mercato, il coronavirus fa la prima vittima: è un uomo di 61 anni che di cognome fa Zeng, e che aveva già un tumore all’addome e che era andato in ospedale a causa di gravi difficoltà respiratorie. La notizia della morte di Zeng verrà data solo due giorni dopo.

Quello che succede dopo è l’inizio della fine: la moglie dell’uomo inizia a presentare gli stessi sintomi del marito. Ma la signora Zeng non è mai stata al mercato del pesce di Wuhan.

Il nemico è stato sottovalutato

A qualche miglio dal mercato, gli scienziati del Wuhan Institute of Virology stanno studiando i pazienti che hanno contratto il virus. La prima pista è che si tratti di Sars o di qualcosa di molto simile. E tutto porta allo stesso punto zero: i pipistrelli. È possibile che il salto del virus da pipistrello a essere umano sia avvenuto nel mercato di Wuhan o in altri ambienti simili.

Le informazioni sui contagi iniziano a diffondersi, e la posizione dei medici è la stessa: il nemico è stato sottovalutato. Il 7 gennaio, gli scienziati danno al nuovo coronavirus una propria identità e iniziano a riferirsi a lui con la sigla nCov-2019. Quattro giorni dopo depositano la sequenza genetica del virus, così da permettere agli scienziati nel resto del mondo di contribuire alla ricerca.

È la politica

Nei primi giorni del 2020, il sindaco di Wuhan, Zhou Xianwang, annuncia «un piano sanitario futuristico per la città». È un momento delicato della stagione politica, questo: i funzionari si riuniscono per le riunioni annuale dell’Assemblea nazionale del popolo, dove lodano e discutono le proprie politiche. «Non è il momento per le cattive notizie».

Il 7 gennaio Zhou Xianwang annuncia che verranno costruiti nuovi ospedali in tempi record. All’Assemblea nazionale ripete che è tutto sotto controllo. Gli ufficiali ordinano ai dottori di «non usare l’espressione polmonite virale». Ma nonostante le minimizzazioni della politica e dell’Organizzazione mondiale della Sanità i contagi salgono. E il 13 gennaio c’è il primo caso confermato fuori dalla Cina, in Thailandia. Il nemico gioca ormai a carte scoperte.

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