Super Bowl 2020, la guerra degli spot fra Trump e Bloomberg

Il presidente Usa ha deciso di puntare tutto sui risultati economici del suo mandato, mentre il miliardario e ex sindaco di New York ha scelto un messaggio di condanna alle morti causate da arma da fuoco

Questo Super Bowl 2020 non sarà soltanto uno spettacolo sportivo, ma neppure solo un grande show musicale (durante l’atteso Halftime che quest’anno vedrà esibirsi Jennifer Lopez e Shakira), ma anche uno scontro politico a distanza in vista delle presidenziali del prossimo 3 novembre. Il presidente Donald Trump e il candidato alle primarie democratiche Michael Bloomberg hanno acquistato 60 secondi di spot durante il match che tiene con il fiato sospeso gli Stati Uniti: il costo del passaggio televisivo è di 10 milioni di dollari ciascuno.


Strategie diverse quelle scelte per i due politici: Trump ha deciso di puntare tutto sui risultati economici del suo mandato, mentre il miliardario e ex sindaco di New York ha scelto un messaggio di condanna alle morti causate da arma da fuoco, in quella che viene definita una «crisi nazionale». L’attacco dello spot del capo della Casa Bianca è autocelebrativo: si vedono infatti le immagini della sua elezione a presidente degli Stati Uniti nel novembre 2016.

Una voce off commenta: «L’America chiedeva un cambiamento, e l’ha ottenuto». L’America con Trump, si sottolinea, è diventata «più forte, sicura e prospera che mai», grazie all’aumento dei salari e calo della disoccupazione. Trump però alza l’asticella, tracciando gli obiettivi di un secondo mandato: «Il meglio deve ancora venire».

Il candidato alle primarie dem ha invece scelto di diffondere sui grandi schermi dell’Hard Rock Stadium di Miami a Calandrian Simpson Kemp, la madre di George H. Kemp, giocatore di football morto nel 2013, a soli 20 anni, dopo essere stato coinvolto in una sparatoria. La donna spiega che «Michael Bloomberg ha combattuto questa battaglia (cioè la lotta alle armi facili, ndr) per lungo tempo».

E poi l’endorsement: «Quando ho sentito che sarebbe sceso in campo, ho pensato: “Finalmente abbiamo un combattente”. Lui non ha paura della lobby delle armi, sono loro ad avere paura di lui».

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