Coronavirus, la risposta di Toti: «Abbiamo tanti anziani nelle Rsa, ma non esiste un caso Liguria» – L’intervista

Il presidente della Regione al secondo posto per tasso di crescita di casi risponde ai quesiti sollevati da Open

La diffusione del Coronavirus in Liguria, che in numeri assoluti ha mostrato un trend in crescita dal 10 al 24 maggio, non preoccupa il presidente della Regione. Anzi, Giovanni Toti sostiene che «il parametro fondamentale condiviso con la task force per seguire l’andamento dell’epidemia è la pressione sugli ospedali, in forte diminuzione ormai da settimane».

Lunedì 25 maggio, con il consueto calo di tamponi processati nel primo giorno della settimana, in Liguria si sono registrati 17 nuovi casi: è la quarta regione in Italia per incremento, dietro le più popolose – e più colpite -, Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. Nelle due settimane precedenti, l’incremento medio dei casi è stato di 49,5 ogni 24 ore.

Presidente, nell’ultima settimana ci sono stati 306 nuovi casi in Liguria, il triplo della Toscana che vi precede nell’elenco delle regioni più colpite dalla Covid-19. C’è un caso Liguria?

«No, non esiste un caso Liguria. Per me, ed è un parere condiviso con la task force, l’elemento più significativo dell’incidenza del Coronavirus riguarda la pressione sulle strutture ospedaliere, in diminuzione. Se sono in calo i posti letto occupati negli ospedali, vuol dire che è anche in calo la diffusione del virus».

Però, dal 9 maggio in poi, la curva dei nuovi casi non ha avuto flessioni, anzi.

«La situazione è ampiamente sotto controllo e lo sarà fino a quando i miglioramenti relativi alla pressione ospedaliera saranno più consistenti rispetto all’andamento dei nuovi casi giornalieri. La verità è che in Liguria ci sono 12 mila ospiti nelle Rsa e, in rapporto alla popolazione, siamo la regione con più anziani nelle strutture».

Qual è la percentuale degli infetti che risiede nelle Rsa?

«Al momento non dispongo di questo dato, sappiamo che buona parte dei cluster attivi si trova confinata nelle strutture. Dai test sierologici, e siamo stati tra i primi a farli nonostante la prudenza del ministero della Salute, ci risulta che la penetrazione del virus nelle Rsa è pari al 20% e abbiamo individuato un 30% di strutture a rischio Covid».

Ha detto che la maggior parte dei casi positivi la state riscontrando nelle residenze per anziani. Chi sono i responsabili della diffusione del virus al loro interno?

«Per il momento la responsabilità non è di nessuno, c’è un interesse della magistratura nei confronti delle direzioni sanitarie di alcune Rsa. Ma la Regione c’entra poco, sono strutture private, alcune convenzionate con il pubblico: la Regione non è responsabile di ciò che accade all’interno. Chiariamo, a essere sotto inchiesta oggi sono le fragilità di Rsa private».

La Liguria è la tredicesima regione in Italia per numero di casi testati con tampone. Non crede che si sarebbe potuto fare di più per rintracciare subito gli infetti?

«Vede, lo dice lei stesso: siamo solo tredicesimi per numero di casi testati perché andiamo a insistere proprio nel monitoraggio costante delle persone più a rischio alle quali somministriamo più di un tampone. Il numero di tamponi totali è circa il doppio di quello dei casi testati: quasi ogni ligure testato ha ricevuto due tamponi».

Oggi, 25 maggio, avete analizzati 1.438 tamponi. Non le pare un numero un po’ basso?

«Ci stiamo attrezzando per fare di più, aumenteremo il numero di tamponi in vista della stagione estiva che richiamerà molta gente in Liguria. Ma ritengo che il rapporto tra numero di tamponi e abitanti sia ottimo. In linea con quanto dicono i tecnici della nostra task force».

Torno a chiederglielo, non vede il rischio che i nuovi casi possano aumentare nei prossimi giorni?

«E io torno a ribadirlo: per me è impensabile, un ragionamento illogico. Non può succedere che ci sia un brusco aumento dei casi infetti in circolazione se, contemporaneamente, continuano a diminuire le terapie intensive e i ricoveri. Se la Liguria mostra qualche valore assoluto più alto delle altre regioni è perché abbiamo una strategia mirata: andiamo a fare tamponi su casi sospetti. Nella loro individuazione ci sta aiutando l’ampio screening che abbiamo fatto con i test sierologici. Buona parte dei tamponi sono mirati».

Come spiega l’incremento dei casi doppio rispetto, ad esempio, alla Toscana?

«La Liguria ha una grande permeabilità con Lombardia e Piemonte, le due regioni più colpite dal coronavirus in Italia. Per questo da noi il virus sta picchiando in maniera più forte e in leggero ritardo: da noi ci sono cluster non autoctoni. I primi contagi probabilmente sono avvenuti a dicembre, con lo spostamento di molti milanesi durante la festività di Sant’Ambrogio».

La vostra regione è a forte vocazione turistica, come vi state preparando all’estate e cosa pensa della tanto criticata movida?

«Non vorrei che si ripetesse nel nostro Paese l’assurdo dibattito, quasi un balletto, che abbiamo avuto all’inizio dell’emergenza. Mi ricordo benissimo l’intermittenza allucinante tra “Milano non si ferma” e poi “tutti chiusi in casa”. Ci stiamo avviando verso una fase in cui tutti saremo liberi. Non bisogna colpevolizzare, ma educare e sensibilizzare. Ci vuole del tempo affinché si radichino delle norme di comportamento nuove per tutti. Ma non si possono riaprire bar e ristoranti e poi girare con la mazza ferrata sui Navigli tra chi sta bevendo una birra. Sono segnali di schizofrenia».

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