Chi sono i fan del K-Pop che hanno organizzato la “truffa” del comizio elettorale di Trump

Conoscono bene gli algoritmi e sanno far arrivare i video e i post dovunque vogliano su Twitter. Chi sono i k-poppers che hanno boicottato il rally di Tulsa?

Qualcuno potrebbe definirlo, con una nota di sufficienza, clicktivism: l’attivismo via social network mal visto da chi in piazza per protestare ci era andato per davvero. Eppure, in un’arena politica in cui è sempre più difficile capire cosa divide il digitale dal reale, il boicottaggio online può avere effetti più che concreti.

L’esempio più eclatante è quanto successo nelle ultime ore negli Usa: gruppi di teenager americani, utenti di TikTok e fan del K-Pop attivi su Twitter, hanno mandato in fumo uno dei comizi elettorali più discussi di quest’anno, quello di Donald Trump a Tulsa, in Oklahoma. Dimostrando come la realtà nell’epoca della sua riproducibilità tecnologica sappia trovare nuove e inaspettate forme di antagonismo.

Dopo che lo scorso 11 giugno il Team di Trump aveva chiesto agli elettori di registrarsi tramite cellulare per prenotasi l’ingresso gratuito al comizio – un modo come un altro per raccogliere dati dietro la scusa della prevenzione da Coronavirus – migliaia di utenti di TikTok e adolescenti fan del genere musicale coreano K-Pop si sono registrati con lo scopo di occupare i posti disponibili senza poi presentarsi all’evento. «Che sfortuna! – scrivevano in massa – Mi sono prenotata per il comizio ma ora ho la febbre!».

@eleanorstoa

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♬ Macarena – Bass Bumpers Remix Radio Edit – Los Del Rio

Uno dei pochi video rimasti su TikTok: la maggior parte degli utenti ha cancellato le tracce della campagna per evitare di essere scoperti e mandare a monte il piano

I ragazzi e le ragazze hanno sfruttato il loro network come cassa di risonanza della loro impresa e, alla fine, ce l’hanno fatta: quella che si era presentata come la promessa di un’enorme folla di sostenitori, si è rivelata il più grande bluff della storia dei comizi americani. Il semi-vuoto BOK Center di Tulsa, che ospita 19 mila posti, si deve in larga parte alla loro mobilitazione. Ma chi sono i K-pop fan che, puntualmente, riescono ad andare in trend su Twitter grazie al loro potere d’influenza?

I veterani del trending: i fan del K-Pop

«K-pop Twitter e Alt TikTok sono due gruppi che sanno creare un’ottima alleanza quando si tratta di diffondere le informazioni velocemente», ha detto al New York Times lo YouTuber Elijah Daniel, che ha partecipato alla campagna di boicottaggio. «Conoscono bene gli algoritmi e sanno spingere i video per farli arrivare dove vogliono».

Nella maniera più classica, il movimento dei K-poppers nasce come una fanbase su Twitter del genere musicale sudcoreano, il K-Pop appunto – una ramificazione del pop mista a R&B, Rock e Hip-Hop. Dall’amore per quel tipo di sound e per l’estetica dei suoi beniamini – che hanno vite decisamente meno felici di quelle che mostrano in copertina – è nata una sensibilità particolarmente spiccata per la fluidità di genere e l’antirazzismo.

Nel corso del tempo, vuoi per la porosità degli hashtag sul social network, vuoi per l’attenzione a certe tematiche riservata dalle nuove generazioni più in generale, il movimento si è unito per mettere le proprie competenze in fatto di trending e networking al servizio di cause più grandi. Una costanza che, alla fine, ha portato al riconoscimento e all’endorsement anche tra le fasce più alte delle istituzioni – su tutti quello arrivato in questa occasione da Alexandria Ocasio-Cortez. Ovviamente su Twitter.

Quella con i TikToker non è certo la prima alleanza di successo instaurata dai fan del genere: a inizio giugno, a una decina di giorni dall’uccisione di George Floyd, si erano uniti agli hacker di Anonymous per sabotare gli hashtag razzisti. I fan del K-Pop coreano avevano inondato Twitter di post in cui associavano asterischi razzisti in tendenza con video dei loro beniamini del pop, così da sovrastare tutti i commenti negativi sulla piattaforma.

Foto copertina: dal profilo Twitter di @jennieslyrics

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