Coronavirus. Cosa sappiamo del Remdesivir: come e perché dovrebbe funzionare

Opportunità e limiti della ricerca sull’antivirale della Gilead Sciences

In un documento del 29 aprile il NIH (National Institute of Allergy and Infectious Diseases), mostra gli esiti positivi dei test clinici sugli effetti del Remdesivir (Veklury) della casa farmaceutica Gilead Sciences, nel trattamento delle polmoniti gravi dovute al Covid-19.

I risultati suggeriscono un capovolgimento di quanto pensavamo poco prima, dopo la prematura pubblicazione da parte dell’OMS, di una ricerca effettuata in Cina su 237 pazienti – apparsa poi su The Lancet – senza mostrare differenze significative tra quelli trattati con le sole cure standard e quelli a cui era stato somministrato anche il farmaco.

Per gli addetti ai lavori forse non è stata nemmeno una sorpresa: Remdesivir si era mostrato efficace solo nei modelli animali contro Sars e Mers, mentre per il trattamento di Ebola i benefici si sono dimostrati limitati.

Come si spiegano questi risultati contrastanti? Forse l’emergenza globale ha reso più conveniente rispetto al passato scavare più a fondo, con studi più ampi. Tutt’oggi restano da capire tempistiche, dosaggio e tipologia di pazienti, entro cui potrebbe avere davvero efficacia.

Come funziona

Si tratta di una molecola classificata come «GS-5734» in grado di sabotare la produzione del RNA virale. È anche un «profarmaco», perché una volta nell’Organismo si trasforma nel principio attivo vero e proprio, classificato come «GS-441524».

Più precisamente parliamo di un «analogo nucleotidico», in grado di interferire con l’enzima «RNA polimerasi», usato dai virus che infettano le cellule per potersi replicare. Questa è la ragione per cui un trattamento che veniva usato per altri virus, come Ebola, potrebbe benissimo rivelarsi efficace anche per il SARS-CoV2.

L’RNA polimerasi viene sabotato quando l’analogo nucleotidico si lega a una determinata sezione dell’enzima, quella che SARS-CoV2 utilizza per replicarsi. Leggiamo come viene descritta in un articolo di Nature del 28 maggio:

«Questa struttura illumina l’assemblaggio del macchinario di sintesi dell’RNA del coronavirus, fornisce informazioni chiave sulla catalisi e fedeltà della polimerasi nsp12 e funge da modello per la progettazione di nuove terapie antivirali».

Il più ampio studio sul Remdesivir

Al contrario dello studio cinese, i dati del NIH provengono da oltre mille pazienti, un campione di gran lunga più significativo. Il Remdesivir ha mostrato di ridurre il tempo medio di guarigione da 15 a 11 giorni, con un calo della mortalità pari al 31%. Il 30 aprile, il virologo Guido Silvestri spiega in un articolo su MedicalFacts che in Italia questa percentuale corrisponderebbe a 8.581 vite.

L’ampio studio randomizzato a cui fa riferimento il NIH si intitola Adaptive COVID-19 Treatment Trial (ACTT), e riguarda pazienti americani «con Covid-19 avanzato e coinvolgimento polmonare». Si tratta della prima sperimentazione clinica avanzata negli Stati Uniti per trovare un trattamento efficace. La ricerca, cominciata il 21 febbraio, ha prodotto dati a loro volta revisionati il 27 aprile da un comitato indipendente.

«Sulla base della loro revisione dei dati – continua il NIH nel suo comunicato – hanno notato che remdesivir era migliore del placebo … Il recupero in questo studio è stato definito abbastanza buono per le dimissioni ospedaliere o per tornare al normale livello di attività».

Abbiamo trovato una cura?

Al momento abbiamo riscontri preliminari riguardo a una potenziale efficacia, nel trattamento dei pazienti in gravi condizioni, mentre sono state avviate delle sperimentazioni di Fase I a partire dalla fine di giugno con pazienti nelle prime fasi della malattia.

Ancora oggi vengono pubblicati studi dove si parla di un «uso compassionevole» del Remdesivir, pur suggerendone la potenziale efficacia. In Cina, Corea del Sud e Stati Uniti le sperimentazioni sono arrivate già alla Fase III. Così anche il Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA (Agenzia europea del farmaco), ha concesso l’immissione in commercio del Remdesivir, da somministrare a tutti i pazienti sopra i 12 anni.

«Dal 30 aprile 2020, il CHMP ha iniziato a valutare i dati sulla qualità e sulla produzione – continua l’Ente – a supporto dei programmi di uso compassionevole, con largo anticipo rispetto alla presentazione della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio il 5 giugno».

Per maggiori approfondimenti, segnaliamo un precedente articolo sulla corsa al vaccino, dove spieghiamo in cosa consistono le varie fasi della sperimentazione, dagli studi sugli animali all’uomo.

In sostanza, rispetto alla Fase I dove si sperimenta il farmaco su gruppi ristretti, nella Fase III si coinvolgono migliaia di pazienti, confrontando i risultati con quelli di gruppi di controllo a cui è stato somministrato un placebo, tenendo conto anche dei potenziali eventi avversi.

Questa accelerazione è dovuta proprio ai risultati dello studio promosso dal NIH. Se il Remdesivir sarà una terapia compassionevole, da somministrare a pazienti in condizioni disperate, o invece un’arma efficace per tutti, lo sapremo solo a seguito dei risultati che otterremo da questo genere di studi.

Foto di copertina: EPA/MOHAMED HOSSAM/ANSA | Remdesivir.

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