Via libera al Remdesivir, ma non è l’unico promettente contro il Coronavirus: ecco tutti i farmaci allo studio

Mentre aspettiamo il vaccino è fondamentale trovare farmaci che contrastino il Covid-19. Ecco quelli più studiati fino a oggi

L’agenzia europea del farmaco (Ema) ha dato il via libera al Remdesivir per il trattamento dei pazienti Covid-19, risultando così il primo a ricevere questa approvazione. Se n’è parlato molto, nel bene o nel male, ma non è l’unico farmaco e gli studi su altrettanti «concorrenti» non mancano.

Ci sono almeno due problemi di cui tener conto nello studio di terapie efficaci contro il Covid-19, non tutte agiscono direttamente contro il virus, ma su fenomeni che portano alle forme più gravi della malattia: il primo è quello di comprendere i meccanismi che generano la tempesta di citochine, un cortocircuito nel nostro sistema immunitario che porta alle polmoniti gravi causate dal Covid-19; il secondo riguarda le potenzialità delle terapie basate direttamente sul plasma dei convalescenti o sugli anticorpi monoclonali, che influiscono nella produzione delle immunoglobuline specifiche contro il virus, in particolare le IgG (immunoglobuline G).

Ci sono poi diverse incognite: quanto dura l’immunità? Quali sono i tempi della convalescenza e cosa comporta in termini di contagiosità? Sono tutti temi chiave che possono dare un contributo ulteriore nel creare terapie efficaci. Un discorso parallelo è quello della ricerca del vaccino, di cui abbiamo già trattato in un precedente articolo, mostrando quelli che sembrano al momento i più promettenti, lì spieghiamo anche come funzionano le varie fasi della sperimentazione (valida grosso modo anche per i farmaci), dagli animali alle persone. 

Qui di seguito riportiamo una carrellata delle principali terapie oggetto di studio, segnalate dal NIH americano (National institutes of health) e dal progetto di ricerca britannico RECOVERY trial.

Le alterne vicende del Remdesivir

Lanciato in pompa magna dal presidente americano Donald Trump, si sarebbe poi dimostrato deludente a seguito dei risultati sulle prime sperimentazioni in Cina, pubblicati per errore dall’Oms, divenendo così oggetto di critiche imbarazzanti per la casa farmaceutica Gilead, che lo produce.

Non sembra sia stata detta ancora l’ultima parola però. Malgrado la gaffe dell’Organizzazione mondiale della sanità, esistono altri studi promettenti sul farmaco. Così recentemente l’EMA (Agenzia europea del farmaco), ne ha autorizzato il trattamento per i pazienti dai 12 anni in su.

Originariamente utilizzato per il trattamento dell’ebola, ha mostrato risultati incoraggianti in una recente ricerca del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) negli Stati Uniti, il quale ha coinvolto oltre mille pazienti, con un sottogruppo a cui è stato somministrato un placebo, in modo da escludere effetti fuori controllo.

Uno studio analogo viene dalla Cina, con risultati molto simili. Restano ancora diversi quesiti riguardo alla tipologia di paziente che ne potrebbe beneficiare, e sulle tempistiche di somministrazione.

Dall’Hiv al Covid-19: lopinavir/ritonavir

Fin dai primi di febbraio sono stati somministrati a dei pazienti cinesi all’ospedale Spallanzani di Roma, due farmaci usati per il trattamento dell’infezione da Hiv: lopinavir e ritonavir.

Per quanto in laboratorio siano stati riscontrati risultati promettenti, sono ancora poche le evidenze sulle persone. Una delle ragioni di questi risultati deludenti potrebbe essere dovuta allo stato già notevolmente compromesso dei pazienti. Perché una cura funzioni è necessario infatti studiare anche delle tempistiche favorevoli, come si è visto per esempio nella ricerca contro l’Alzheimer.

Basse dosi di desametasone

Il corticosteroide desametasone si usa solitamente per il trattamento dell’artrite reumatoide, il quale agendo sull’infiammazione dovuta a un eccesso di citochine, avrebbe mostrato di ridurre i decessi dal 40% al 28% dei casi.

Questi primi incoraggianti risultati, provenienti dall’ampio studio condotto all’università di Oxford mediante il progetto RECOVERY trial, ha convinto anche l’Oms.  

Iniezioni di speranza: il tocilizumab 

Inizialmente è stato presentato in maniera imprecisa come il farmaco che avrebbe sconfitto il SARS-CoV2, ma la sua funzione non è direttamente antivirale.

Dopo le prime somministrazioni in Cina e all’Istituto per i Tumori Pascale di Napoli, un recente studio italiano suggerisce l’efficacia del principio attivo nei pazienti con polmoniti gravi dovute al Covid-19, parallelamente alle cure standard. 

Dalla malaria al Covid-19: la clorochina

Sembra che Trump sia il “Re Mida” dei farmaci anti-Covid: quelli che annuncia come soluzione definitiva, rischiano di finire presto in imbarazzanti polemiche, così come per la clorochina.

Assieme al suo derivato, l’idrossiclorochina, ha potenziali proprietà immuno-calmanti, viene infatti usata anche contro l’artrite reumatoide. Può quindi prevenire o mitigare la tempesta di citochine? Al momento non esistono prove al riguardo, inoltre preoccupano gli eventi avversi.

Uno studio pubblicato su The Lancet che avrebbe dovuto dimostrarne l’efficacia è stato recentemente ritrattato, ma continuano a esserci guru che sostengono l’esistenza di un complotto per tenerci nascosti i suoi promettenti effetti antivirali, con conseguenze che potrebbero rivelarsi mortali.

Il plasma dei convalescenti funziona davvero?

Da un lato ci sono ancora diverse incognite su come i convalescenti andranno a sviluppare poi una immunità dal virus, e sulla durata di questa; dall’altro esistono infinite possibilità di ricerca sugli anticorpi monoclonali. Insomma, è difficile non cogliere l’opportunità di studiare il plasma dei convalescenti, facendo attenzione a non cadere in facili entusiasmi.

Recentemente nelle strutture del San Raffaele di Milano è stato sperimentato il movrilimumab, che avrebbe mostrato promettenti effetti nel trattamento della iperinfiammazione dovuta alla tempesta di citochine.

Sono numerose le ricerche dedicate allo studio del plasma dei convalescenti. Secondo quanto riferisce la Bbc, nel Regno Unito gli enti sanitari si sono anche appellati agli ex-pazienti per donare il sangue; negli Stati Uniti sono circa 1.500 le aziende ospedaliere coinvolte nella ricerca sul plasma.

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