Coronavirus. Cosa ci insegnano il caso clorochina e gli altri studi ritirati sul Covid19

La cattiva scienza fa poca strada nelle riviste scientifiche serie. Lo studio ritirato da Lancet sulla clorochina è una vittoria del metodo scientifico

Lo studio sulla clorochina pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica Lancet era stato prima contestato e poi ritirato. Sono cose che succedono e ci sono numerosi precedenti, il problema è quando uno studio del genere convince l’OMS ad interrompere la sperimentazione sulla clorochina e l’idrossiclorochina nella ricerca di una cura contro il Covid-19. Cosa dimostra questo fatto? Che il metodo scientifico funziona e che le riviste scientifiche serie si dimostrano tali.

Le riviste scientifiche serie controllano i contenuti pubblicati e, nel caso di errori, rettificano con chiarezza fornendo ogni elemento a supporto. Diverso è per le riviste predatorie, dove alcuni «scienziati» in cerca di notorietà si adagiano – in alcuni casi pagando – per accrescere il loro status sociale evitando la fatica di dover sudare sette camicie per farsi pubblicare da Lancet, Nature o dal New England Journal of Medicine, giusto per citare tre nomi illustri nel mondo scientifico.

Lo studio era stato pubblicato? Certo! C’era stato un controllo? Si, ma qualcosa è andato storto. Era già successo in passato, sempre con Lancet, con lo studio fraudolento sui vaccini e l’autismo di Andrew Wakefield, il guru dei ciarlatani No Vax. Il mondo della comunità scientifica non si limita a prendere come oro colato ciò che viene pubblicato nemmeno da Lancet, i ricercatori, come dei fact-checkers, studiano il materiale e lo analizzano senza fermarsi al titolo o alle conclusioni con l’obiettivo di poterlo eventualmente replicare, migliorare o contestare affinché venga ritirato.

Lo studio sulla clorochina era finito sotto la lente d’ingrandimento dei ricercatori di tutto il mondo, soprattutto a seguito della decisione dell’OMS. Un gruppo di 182 ricercatori – tra questi l’italiano Enrico Bucci, Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia – avevano contestato ufficialmente l’articolo a Lancet con le prove per dimostrarne le crepe. Ce l’hanno fatta, così come è successo per tanti altri studi legati al Covid-19 che Enrico Bucci elenca in un suo post Facebook del 5 giugno 2020:

Ecco quindi un piccolo cimitero delle pubblicazioni su COVID-19 che non hanno resistito allo scrutinio degli scienziati, fra cui alcune adottate troppo frettolosamente per informare le policy pubbliche.

1) Pubblicazione che negava l’utilità delle mascherine, usata da OMS [link]

2) Pubblicazione che identificava il virus nel peritoneo [link]

3) Pubblicazione che descriveva la morte di una donna incinta per COVID-19 [link]

4) Il lavoro della clorochina, che misurava un aumento di mortalità, su Lancet [link]

5) Il lavoro sugli ACE inibitori su NEJM [link]

6) Un lavoro che misurava falsi positivi alla PCR tra i pazienti asintomatici [link]

7) Lettera su Lancet, che descriveva le condizioni di lavoro degli infermieri a Wuhan [link]

Difficilmente troverete tanto impegno per uno studio pubblicato su una rivista predatoria o di basso rango, ecco perché troverete spesso «pseudostudi» privi di fondamento scientifico mai ritrattati. Ecco perché ciò che è avvenuto con Lancet non è un fallimento, ma una vittoria del metodo scientifico alla faccia dei cialtroni. C’è però un altro insegnamento che dobbiamo trarre da questa ennesima esperienza, un insegnamento che fa ancora molta fatica ad entrare nella mente degli «esperti della domenica».

Il caso clorochina, come molti altri in passato, deve ricordarci che bisogna aspettare un po’ di tempo prima di annunciare in pompa magna l’estrema certezza del risultato riportato da uno studio scientifico, anche se pubblicato da una prestigiosa rivista. Lo spiega ancora Enrico Bucci in un suo post Facebook del 5 giugno 2020:

Per quanto discusso, accade che un lavoro su base fraudolenta passi la revisione di 2, massimo 3 esperti, senza che la comunità nel suo insieme possa vederlo, e viene assunto come vero dalle agenzie come OMS e come AIFA solo perché sta nel “contenitore” giusto. In realtà, la comunità scientifica ha potuto cominciare a discutere di quei lavori – come di qualunque altro – solo DOPO la loro pubblicazione. E’ quindi importantissimo che tutti, scienziati e pubblico, capiscano che un articolo su una rivista non è più il punto di arrivo della discussione scientifica, ma è il suo inizio, indipendentemente dalla rivista scientifica che pubblica qualche cosa.

La scienza cattiva, citando ancora Bucci, fa poca strada nelle riviste scientifiche serie, ma è bene prendersi del tempo e fare le dovute verifiche prima di sparare in alto ritrovandosi a dover rettificare il tutto.

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