L’attivista Nathan Law lascia Hong Kong: «Il movimento ha bisogno di un portavoce internazionale. Ma temo per chi resta» – L’intervista/Esclusiva

L’attivista 26enne è stato il più giovane eletto al consiglio legislativo di Hong Kong. Ora, dopo 6 anni di battaglie ha deciso di andare via, ma promette che il suo impegno resterà immutato

In Italia durante il fascismo espatriarono politici come Francesco Saverio Nitti, ex Presidente del Consiglio, ed intellettuali come Don Luigi Sturzo. Prima di loro, in epoca risorgimentale lo avevano fatto Giuseppe Mazzini e Ugo Foscolo. Per il rivoluzionario l’esilio può fare da scuola, ma in un modo o nell’altro, è sempre una prigione.


Raggiunto al telefono da Open, Nathan Law – ex leader del movimento pro-democrazia di Hong Kong, Demosisto, ex deputato al Consiglio legislativo del paese, il più giovane di sempre, da ieri in autoesilio dopo l’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale voluta della Cina – sembra esserne consapevole. Alla domanda se è preoccupato per la sua famiglia e i suoi amici rimasti a Hong Kong sospira: «Certo che si, ma meno ne parlo meglio è». Eppure è convinto della sua scelta che definisce più volte «strategica». L’unico modo per contrastare l’espansionismo cinese che, sottolinea, richiede uno sforzo globale.

Prima di lasciare Hong Kong ha parlato della sua scelta con gli altri membri di Demosisto? Ha spiegato dove ha scelto di andare?

«Ne ho parlato con diversi compagni, ma preferisco non dire chi in particolare, per tutelarli ma anche per non espormi ad altri rischi».

Come hanno reagito? 

«In generale credo che gli attivisti pro-democrazia capiscano che si tratta di una mossa strategica, perché a causa della nuova legge sulla sicurezza nazionale il movimento a Hong Kong subirà delle grandi limitazioni. Con la nuova legge infatti parlare di alcuni temi, come le sanzioni, con politici o media stranieri è vietato e può portare al carcere. Inoltre, molti comprendono l’importanza di avere una figura che possa fare advocacy nel mondo per tenere viva l’attenzione su Hong Kong».

Ieri su Twitter ha scritto che la sua mossa sarebbe stata criticata. Perché?

«Lottare per la democrazia a Hong Kong è sempre stato controverso. Anche se sono in minoranza, ci sono comunque molte persone che sono pro-Pechino».

Cosa potrebbe accadere ai suoi compagni di partito e agli altri attivisti rimasti a Hong Kong? 

«Il governo applicherà la legge di sicurezza nazionale in modo arbitrario per incriminare gli attivisti. Abbiamo visto con quanta facilità hanno arrestato almeno dieci persone durante le manifestazioni del 1° luglio in nome della nuova legge, senza motivi validi. Uno di loro è stato arrestato semplicemente perché aveva una bandiera pro-indipendenza».

Teme che i suoi ex compagni di partito, come Joshua Wong, possano essere estradati in Cina?

«Joshua Wong è un mio caro amico e abbiamo lavorato insieme per anni. Credo che lui sappia che la sua situazione è estremamente pericolosa in questo momento. Se Pechino vuole estradarlo, lo farà, ma dipende da quanto la Cina sarà disposta a creare un nuovo scandalo internazionale».

Anche lei ha temuto l’estradizione? È per questo che è partito?

«Credo che a Hong Kong qualsiasi figura pubblica che ha un profilo internazionale corra questo rischio. Non perché abbiamo fatto qualcosa di male ma perché Pechino non rispetta lo stato di diritto».

Lei che rischi corre adesso che si trova all’estero? 

«Io personalmente ho ricevuto minacce. E tutti sappiamo che i servizi cinesi all’estero fanno operazioni di spionaggio. Ma preferisco non entrare in dettaglio».

Il giorno in cui veniva introdotta la legge di sicurezza nazionale lei ha testimoniato davanti al Congresso americano in videoconferenza. Come sa la repressione delle manifestazioni avvenute negli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd è stata paragonata a ciò che avviene a Hong Kong. Qual è per lei la differenza? 

«Capisco che anche nei sistemi democratici ci sia ampio spazio di miglioramento. Negli Stati Uniti inoltre la profilazione razziale dei cittadini da parte delle forze dell’ordine è un grande problema. Ma negli Usa i poliziotti che hanno ucciso George Floyd si sono dovuti dimettere e adesso dovranno affrontare un processo. Questo non accade a Hong Kong: i membri delle forze dell’ordine non sono mai andati in tribunale per le azioni brutali che hanno commesso nello scorso anno anno. Neanche quando hanno sparato contro manifestanti disarmati o quando li hanno investiti con una motocicletta. Non è che gli Stati Uniti siano un posto fantastico, ma Hong Kong è inimmaginabilmente terribile».

Dal 2014 lei è all’avanguardia dei movimenti pro-democrazia a Hong Kong. Quasi tutte le cose per le quali avete lottato – dalla nomina diretta del governatore all’estradizione in Cina – non si sono avverate. È d’accordo nel dire che il movimento ha fallito? 

«Credo di no. Se guardiamo la vicenda da un’altra prospettiva, vediamo che negli ultimi anni i cittadini di Hong Kong sono riusciti a catalizzare l’attenzione del mondo sull’assertività e l’espansionismo cinese. Ma si tratta di una battaglia internazionale: il mondo deve collaborare per contrastare le violazioni di diritti umani in Cina. Noi stiamo facendo la nostra parte».

Lei rimane un ottimista. 

«Non sono un ottimista, ma credo che quello che abbiamo fatto finora è stato molto coraggioso. Credo che sia molto probabile che non raggiungeremo i nostri obiettivi nel breve termine. Ma dobbiamo resistere, perché se non insistiamo, i nostri oppositori cominceranno a credere di aver vinto».

Possiamo dire che in fondo il vostro obiettivo è sempre stato quello dell’indipendenza di Hong Kong, anche dopo il 2047?

«Noi siamo sempre stati chiari in merito: non lottiamo per l’indipendenza, chiediamo semplicemente alla Cina di rispettare le promesse fatte a Hong Kong in termini di democrazia e autonomia. Paradossalmente, è stata l’azione repressiva cinese ad alimentare il movimento per l’indipendenza».

Cosa le rimane di questi anni? Ha un ricordo in particolare?

«La cosa più bella per me è sempre stata vedere l’effetto che le parole possono avere sugli altri, la scintilla di consapevolezza che ne può derivare. Credo che in fondo sia quello che ogni attivista va cercando».

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