Crisi migranti, Matteo Orfini contro tutti. Conte? «Usa parole sbagliate». Lamorgese? «Salvini senza Twitter» – L’intervista

L’ex presidente del Pd commenta la gestione della crisi da parte del Viminale e le fughe dei migranti degli ultimi giorni

«Dobbiamo essere duri e inflessibili con chi viola i diritti umani, con i trafficanti di esseri umani, non con chi scappa dalla guerra, dalla povertà o dai lager». Sul tema dei flussi migratori l’ex presidente e deputato del Pd, Matteo Orfini, non si nasconde e non usa mezzi termini per esprimere a Open il suo disappunto.

Già sul rifinanziamento della missione in Libia, al momento del voto in aula alla Camera, lo scorso 16 luglio, Orfini (e con lui altri parlamentari di maggioranza “dissidenti”) aveva votato contro, sostenendo la risoluzione preparata dal parlamentare di Leu Erasmo Palazzotto.

Critico verso l’attuale gestione della crisi migratoria da parte del Viminale, Orfini ha osservato a Open come il picco di sbarchi estivi fosse prevedibile e sarebbe stato necessario prepararsi prima.

Abbiamo visto in questi giorni a Lampedusa una situazione molto difficile con sbarchi continui, soprattutto autonomi a bordo di barchini. Oggi è arrivata la nave quarantena per svuotare l’hotspot al collasso. La situazione è sotto controllo?

«Sono sinceramente sconcertato dal Viminale e dal Governo. Siamo di fronte a numeri gestibilissimi, in linea con quello che succede ogni anno con l’arrivare dei mesi estivi, quando aumentano gli sbarchi autonomi, ovvero con i barchini. Tra parentesi: questo fenomeno fa giustizia di tante cretinate dette sulle Ong come pull factor (fattore di attrazione ndr). Oggi non ci sono barche di Ong nel Mediterraneo e ci sono tanti sbarchi.

Siamo di fronte a quello che accade ogni anno, ma di solito ci si attrezza, si stabilisce un piano per gestire il picco di arrivi, in modo da evitare che gravino esclusivamente sulle comunità locali dove i barchini arrivano. Questo non è avvenuto e non sta avvenendo. Bastava, come si è sempre fatto, immaginare inizialmente un meccanismo di distribuzione interna degli arrivi. Realtà come Lampedusa o Pozzallo hanno dimostrato grande pazienza e capacità di accogliere, ma non possono essere sottoposte a uno stress numerico eccessivo. Però ripeto: siamo di fronte a numeri gestibilissimi e bassi rispetto a quando ci sono stati picchi enormi di arrivi. Basta un po’ di organizzazione».

«Dobbiamo essere duri e inflessibili», ha detto ieri mattina il presidente del Consiglio…

«Ha usato parole sbagliate. Dobbiamo essere duri e inflessibili con chi viola i diritti umani, con i trafficanti di esseri umani, non con chi scappa dalla guerra, dalla povertà o dai lager. Sono parole forse adeguate alla fase in cui governava con Salvini. Questo modo di parlare, questa linea, non è accettabile per me e spero anche per il Pd. I decreti sicurezza sono ancora lì, lo Ius Soli non si fa, gli accordi con la Libia vengono rinnovati: su questo terreno siamo dentro il paradigma del governo Conte-Salvini. La ministra Lamorgese non ha Twitter, ma questa è l’unica differenza con Salvini fin qui. Riconosco grande sobrietà, ma siamo di fronte a un ministero dell’Interno che non è in grado di gestire e organizzare sbarchi ordinari».

Si ha l’impressione che, all’interno del Pd, lei sia rimasta l’unica voce fortemente critica su questo tema

«Io penso che quello che contestavamo a Salvini non possiamo permetterlo a un governo a cui votiamo la fiducia».

Il Governo ha sottolineato la necessità di collaborare con le autorità tunisine per intensificare i rimpatri: è la soluzione? Va detto però che non tutti i migranti partono dalla Tunisia e non tutti sono tunisini…

«Si semplifica con frasi che servono solo a dare segnali sbagliati all’opinione pubblica. Di norma nessuno sale su una barca, rischiando di morire, se sta tranquillo e felice a casa sua. È chiaro che c’è anche chi deve essere rimpatriato. Tutti hanno diritto a essere salvati ma non necessariamente a rimanere nel nostro Paese. Però siamo di fronte, in larga parte dei casi, a gente che scappa da regimi, da situazioni insostenibili come la Libia, da Paesi in guerra, o semplicemente dalla povertà. Sono casi che vanno analizzati uno per uno, ma il punto è come si affronta in modo complessivo il problema. L’origine del male è la legge Bossi-Fini. Le persone che avrebbero diritto ad arrivare legalmente nel nostro Paese sono costrette a farlo con mezzi di emergenza perché c’è una legge che criminalizza l’immigrazione».

Cosa servirebbe dunque?

«Avremmo bisogno di corridoi umanitari, di piani di evacuazione dai lager libici, di un approccio complessivo che garantisca la possibilità di spostarsi legalmente e in sicurezza. Eppure non riusciamo, nemmeno qui, a metter mano a norme vecchie e sbagliate, oltre che a quelle più recenti».

Negli ultimi giorni si sono verificate fughe e rivolte dai centri di accoglienza, l’impressione è che la situazione non sia pienamente sotto controllo, anche per i rischi sanitari. Che ne pensa?

«Se metti 500 persone in una tensostruttura sul molo di un porto, dove ce ne dovrebbero stare 100 per poco tempo, e li lasci lì dentro alle temperature di questi giorni, è complicato pensare che ci restino. Da un punto di vista sanitario i migranti che arrivano sono più controllati di chiunque di noi. Quando arrivano vengono sottoposti a screening sanitario. Se si organizza l’accoglienza il problema non c’è. Se li si ammassa in strutture non idonee, in modo insicuro e anche un po’ brutale, è ovvio che aumenti il rischio di fughe. Anche qui la responsabilità è del Viminale. Mi chiedo come siano possibili alcune fughe visto che, in alcuni dei casi, parliamo di strutture iper-sorvegliate».

Non le sembra che l’Unione europea sulla questione migranti, dopo essere stata di manica larga con gli aiuti per la ripresa economica, si stia un po’ ritraendo lasciandoci di nuovo soli?

«In Europa abbiamo dimostrato di saper fare battaglie. Il merito principale del presidente del Consiglio, e di questo Governo, è ciò che sono riusciti a ottenere a Bruxelles. Un pezzo della battaglia è anche su questi temi. Va corretta l’impostazione per cui il tema riguarda solo il Paese di arrivo. Serve collegialità in Europa nella gestione dei flussi migratori che, per un continente come il nostro, se gestiti unitariamente rappresentano numeri irrisori.

Ogni singolo Paese però deve costruire meccanismi di integrazione efficaci. Da noi c’erano e li hanno smontati i decreti sicurezza. Magari non erano sufficienti o sotto finanziati, però c’erano gli Sprar, c’era un modello che in qualche modo funzionava. Ogni giorno che passa con quei decreti rende più complicato dare una risposta efficace al problema».

Ma quando Salvini dice che gli sbarchi sono aumentati del 550%, rispetto a quando era ministro dell’Interno (7.068 contro 1.088), come si controbatte davanti all’opinione pubblica?

«Rifiutando questo terreno di discussione. Intanto parliamo di persone, non di numeri. Se non arrivano da noi è perché muoiono in un lager libico o nel Mediterraneo, oltre che subire una terribile violazione dei diritti umani: torture, omicidi, stupri. Il tema per me non è, oggi, fare la conta di quanti ne arrivano, ma è capire come metterli nelle condizioni di non subire quelle violenze, ribadendo che il numero di cui parliamo è gestibile per un Paese di 60 milioni di abitanti. Bisogna avere il coraggio di farlo, investendo su percorsi di accoglienza e integrazione. È un elemento di regressione del Paese chiedersi solo quanti ne arrivano e non da cosa scappano. E un partito che rinuncia ai suoi valori (il Pd ndr) per paura di perdere voti è un partito che non ha senso».

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