Coronavirus, Zangrillo insiste sull’aumento dei casi in Italia: «I contagiati non sono malati»

D’accordo col primario del San Raffaele, l’infettivologo Bassetti. Mentre altri esperti criticano questa posizione. Tra loro il presidente della fondazione Gimbe che la definisce «una bestemmia»

L’aumento dei contagi in Italia, che ieri sono tornati a sfiorare i 500, riaccende il dibattito tra i più cauti e gli ottimisti. Se per il coordinatore del Comitato tecnico scientifico la situazione è preoccupante, meno allarmista è il parere di Alberto Zangrillo, accusato da alcuni di “negazionismo” per la sua teoria secondo cui il Coronavirus ha perso di intensità. Secondo Zangrillo, primario dell’ospedale San Raffaele di Milano, i nuovi dati non devono preoccuparci perché «essere contagiati non significa essere malati».


Numeri, quelli diffusi dalla Protezione civile, che «sono la conferma di ciò che ho detto il 28 aprile, quando appena usciti dalla fase più drammatica dell’epidemia dissi che dovevamo imparare a convivere col virus», ha affermato il medico durante la trasmissione In Onda su La7. «Il contagiato ha un’evidenza sierologica per cui è venuto a contatto con un virus e, nel 99% dei casi, non manifesta una sintomatologia clinica», spiega Zangrillo. Per cui oggi «essere contagiati non ha alcun significato dal punto di vista clinico-sanitario», dice.

E ribadisce un concetto già espresso dall’infettivologo  Matteo Bassetti che aveva detto: «La positività al tampone non vuol dire che abbiamo un malato». Una posizione che, però, ha già ricevuto la condanna da parte di alcuni colleghi, come il presidente Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta che su Twitter ha scritto: «Essere contagiati non significa essere malati? Questa affermazione in un’ottica di sanità pubblica è una grande bestemmia caro Zangrillo».

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