Il Coronavirus torna a spaventare l’Italia. Sebastiani: «Siamo in crescita esponenziale, le scuole saranno bombe epidemiche» – Numeri in chiaro

Il ricercatore del Cnr: «Se non invertiamo immediatamente la rotta, c’è il rischio che il Paese si ritrovi a vivere la situazione drammatica di qualche mese fa»

Due giorni fa, i contagi registrati in 24 ore erano 403. Oggi, 20 agosto, i nuovi casi di Coronavirus sono 845: più del doppio, in soli due giorni. Non è un caso isolato: l’incremento in numeri assoluti rispecchia in realtà ciò che matematici e virologi ripetono da almeno un mese. «Siamo in crescita esponenziale». E quell’aggettivo, che tendenzialmente non si utilizza più dopo il liceo, torna adesso a rievocare la tragedia della scorsa primavera.


Se nella prima parte dell’estate, con l’inizio della cosiddetta fase 3, i numeri dell’epidemia in Italia erano ancora fortemente influenzati dall’incidenza del virus in Lombardia, adesso i territori che concorrono a far crescere i dati e la paura sono molteplici. Nel bollettino odierno, ben sette regioni hanno fatto registrare più di 50 nuovi casi. Con il Veneto più colpito della Lombardia – 159 contagi contro 154 -, e il Lazio che supera quota 100.

Giovanni Sebastiani, matematico e ricercatore del Cnr che si occupa di studiare l’applicazione di modelli statistici alla medicina, guarda con preoccupazione all’evoluzione epidemica in Italia. «Adesso la crescita esponenziale riguarda solo alcune regioni italiane. Ma se non invertiamo immediatamente la rotta, c’è il rischio che tutto il Paese torni a vivere la situazione drammatica di qualche mese fa».

Professore, cosa è cambiato nella diffusione geografica del virus?

«C’è una tendenza all’omogeneizzazione dei territori italiani per quanto riguarda i contagi. La causa principale risiede nell’incremento degli spostamenti del periodo estivo. Nel periodo invernale, la mobilità delle persone era concentrata quasi esclusivamente al Nord. Il caso del Trentino ne fu una prova: per il turismo invernale, molti lombardi andarono a sciare in provincia di Trento e Bolzano, non di certo in Sicilia, e quella regione ha avuto una forte incidenza nei contagi nella prima fase dell’epidemia. Oggi i flussi sono cambiati e seguono l’asse Nord-Sud: la localizzazione dell’epidemia, marcata qualche mese fa, sta scomparendo».

Quindi la causa principale sono gli spostamenti nazionali?

«No, è un insieme di concause. Oltre ai viaggi interni al Paese, molti italiani hanno passato le vacanze all’estero, dove c’è un numero di casi attivi più elevato, come Spagna, Grecia, Francia, Malta, Balcani. Non sono pochi i turisti che, una volta tornati, hanno causato mini cluster in Italia alimentando l’epidemia. È dalla riapertura delle frontiere, a metà giugno, che i contagi di ritorno sono cominciati. Il picco di vacanze all’estero c’è stato a luglio e ad agosto. Considerando le due settimane di lasso temporale per vedere gli effetti del virus sulle persone contagiate, nei prossimi giorni assisteremo a un’ondata di contagi di ritorno».

Quali sono le concause a cui faceva riferimento?

«All’inizio dell’estate abbiamo avuto tre tipologie di focolai: uno relativo al lavoro, uno alla vita di comunità, come le strutture di lungodegenza o situazioni abitative popolari, e uno ai flussi provenienti dall’estero. A queste tre cause di incremento dei contagi, che permangono, si sono aggiunti i viaggi interregionali e gli assembramenti per la movida. La cosa avvilente è che almeno da metà giugno abbiamo notato questa inversione di tendenza, passando dalla curva lineare a quella esponenziale, e non si è fatto di tutto per impedire che si arrivasse alla situazione di oggi».

Ad esempio, cosa si sarebbe aspettato dalle scelte politiche?

«Tra maggio e giugno, sotto le righe dei discorsi ufficiali di Conte, io e altri colleghi abbiamo percepito una sorta di consapevolezza che il rischio di una recrudescenza era stato preso da governo e tecnici. Conte parlò di “rischio calcolato”: era chiaro che dal punto di vista sanitario l’avremmo pagata. Bisogna riconoscere al sistema sanitario, però, che in due settimane i focolai di giugno e luglio venivano chiusi. C’è tuttavia anche una circolazione del virus che non è concentrata in un cluster, ma diffusa. Quella è sfuggita al controllo e i contagi, oggi, sono tornati ai livelli primaverili».

Non si poteva bloccare tutto il settore turistico.

«Non siamo ciechi: le spinte sociali ed economiche sono forti quanto quelle sanitarie in una società complessa come la nostra. Però si poteva strutturare una strategia migliore: per i viaggi, ad esempio, sarebbe stato meglio consentire gli spostamenti all’interno della stessa regione. Il romano che voleva farsi una vacanza, avrebbe dovuto visitare il Lazio. Il milanese, la Lombardia. Oppure, per quanto riguarda gli spostamenti interregionali, avrebbero dovuto consentirli per blocchi di regioni con la stessa incidenza epidemica».

Anche gli assembramenti all’interno delle stesse città, però, hanno comportato un aumento dei casi.

«Eravamo in una condizione ottimale tra maggio e giugno. La carica virale era bassa nella maggior parte dei casi, la sintomatologia lieve. Per quanto riguarda gli assembramenti cittadini, ho seguito l’enorme assembramento di Napoli dopo che la squadra di Gattuso ha vinto la Coppa Italia. L’ho seguito da vicino perché ero convinto che ci sarebbe stato un incremento dei contagi. Non è avvenuto, probabilmente perché l’incidenza del virus era già bassa in Campania. In generale, gli assembramenti interni allo stesso territorio avrebbero contribuito di meno se non ci fossero state le vacanze all’estero e dall’estero e i viaggi interregionali».

Ritiene che la responsabilità sia stata dei legislatori?

«Assolutamente no. Si poteva fare qualcosa di più, ma era complicato. Sono sempre da valutare l’aspetto sanitario, l’aspetto economico e l’aspetto sociale durante le pandemie. È come se il governo fosse stato tirato da queste tre parti, in direzioni opposte, e cercasse un compromesso. Forse i flussi con l’estero si potevano evitare. E le regioni bisognava aprirle tra territori con gli stessi livelli di diffusione dell’epidemia. Ma la colpa più grande è che abbiamo rincorso, anziché anticipare la Covid. Ad esempio, per la movida, adesso abbiamo dato la stretta, solo dopo che è passato Ferragosto. Se non ci riesci a imporre la mascherina con la persuasione negli spazi dove ci sono gli assembramenti, allora bisognava controllare e sanzionare di più i locali. Ai giovani dico: “Vuoi ballare? Va bene, ma balla con la mascherina!”».

Al momento, la situazione è in fase di peggioramento?

«Sicuramente siamo in una condizione peggiore rispetto a un mese fa. Se ci confrontiamo con altri stati dell’Europa, fortunatamente, non siamo più indietro degli altri. Se guardiamo al trend, invece, dobbiamo allarmarci e agire in maniera preventiva. La chiusura delle discoteche e i tamponi agli aeroporti sono sintomi che il governo ha inteso che il rischio adesso è tornato troppo elevato. Certo non è così grave come a febbraio, perché adesso siamo consci del fatto che il virus sta circolando, ma bisogna agire subito e appianare la curva esponenziale prima che la situazione torni ai livelli della scorsa primavera».

La curva esponenziale è da considerare su scala territoriale o nazionale?

«Per il momento si nota a livello regionale. Ma senza fare troppi calcoli, basta guardare il bollettino del 20 agosto: sono un terzo le regioni italiane che hanno più di 50 nuovi casi, solo oggi. L’altro elemento che spicca nel monitoraggio odierno è che non c’è nemmeno una regione a zero contagi. La situazione è evidentemente degenerata rispetto a solo un mese fa: a metà luglio, cinque regioni registravano un aumento inferiore a 10 casi in due settimane e cinque regioni erano a zero casi. La Sardegna era tra queste: oggi, invece, ha evidenziato 23 casi in un solo giorno. E stiamo parlando di un’isola distante centinaia di chilometri dalla penisola. Non possono che essere state le vacanze a far esplodere il contagio in quella regione, visto che anche i flussi lavorativi giornalieri sono scarsi».

Il Lazio oggi ha superato i 100 casi giornalieri.

«Il Lazio preoccupa perché la popolazione è molto alta e a Roma fanno scalo un sacco di voli. Ma c’è anche un altro elemento che, per esempio, è correlato alle vacanze in Sardegna: i romani che lasciano in massa la città e ci ritornano, tra loro anche molti lavoratori di origine straniera che tornano a casa per le vacanze, e poi rientrano nella Capitale portando il virus».

Aveva detto che la situazione italiana, rispetto a quella di altri Paesi europei, è nella media. Su quali dati si basa?

«Ci sono due caratteristiche importanti da considerare: l’incidenza, che dà la fotografia nel tempo recente, e il tempo di raddoppio dei nuovi casi, che anticipa la progressione nel futuro. Più è breve l’intervallo di tempo, più la situazione è esplosiva. La Grecia, parlando di tempo di raddoppio, lo registra ogni 8 giorni, l’Olanda ogni 11 giorni, la Francia ogni 12 giorni, la Spagna ogni 15 giorni. Italia e Germania, invece, ogni 21 giorni. Per quanto riguarda l’incidenza, siamo in una situazione ancora buona rispetto agli altri Paesi europei. Analizzando il periodo 3-16 agosto, in Italia c’è stata una media di 0,73 nuovi casi giornalieri per 100mila abitanti. Lo Stato europeo che ha il valore più alto di incidenza è la Moldavia: 10,2 casi al giorno per centomila abitanti. Seguita dal Montenegro, 8,97, la Spagna con 7,47, la Bosnia 6,77 e Malta 6,73».

Pensa che le scuole, in Italia, possano non riaprire il 14 settembre?

«Se dovessi scommettere direi che la scuola riaprirà, anche qui le spinte sociali sono troppo forti per impedirlo. Ma esiste un rischio considerevole che le scuole possano richiudere nel giro di poche settimane. Mi aspetto, intuitivamente, che la riapertura delle scuole darà un contributo alla diffusione del contagio. Se pensiamo agli spazi ristretti, a tanti ragazzi al chiuso nei periodi più freddi dell’anno, le scuole possono diventare bombe epidemiche. Ecco, più che la distanza tra i banchi, facciamo usare questa mascherina a tutti gli studenti. Per gli insegnanti è più facile controllare che i ragazzi abbiano il volto coperto piuttosto che aggirarsi con un metro tra i banchi per vedere se rispettano la distanza».

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