«Brother Salvini» ma non solo: gli amici italiani di Steve Bannon

Dal leader leghista ad Adinolfi, da Meloni ad Arata junior: i simpatizzanti nostrani dell’ex braccio destro di Trump arrestato per frode

«Il mio amico Steve»: il post di sostegno scritto da Mario Adinolfi a Steve Bannon comincia così. Dopo la notizia dell’arresto per frode dell’ex stratega di Donald Trump, il fondatore del Popolo della Famiglia ha scritto su Instagram un lungo post, dove Bannon figura come una delle persone più «intelligenti e profondamente oneste» che il politico e giornalista abbia mai conosciuto.

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Il mio amico Steve non è solo tra le persone più intelligenti e curiose che abbia mai conosciuto worldwide: è anche profondamente onesto. A meno di cento giorni dalle elezioni presidenziali viene arrestato a New York da chi non gli perdonerà mai di aver impedito l’elezione alla Casa Bianca del senatore di New York, Hillary Clinton. Perché se la Clinton non è presidente degli Stati Uniti dovete dire grazie a Steve, Steve Bannon. Una vita da combattente, gli ribadisco tutta la mia stima e amicizia, per quel poco che possono valere in questo difficile momento. L’uso della giustizia che la sinistra tradizionalmente fa contro gli avversari politici è davvero insopportabile.

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Gli amici dovrebbero vedersi nel momento del bisogno, soprattutto quando l’accusa è di aver escogitato una truffa di oltre 25 milioni di dollari nei confronti di centinaia di donatori per il muro anti migranti al confine del Messico. Per ora, però, gli amici italiani di Bannon – Adinolfi a parte – non hanno proferito commento.

«Steve and Matteo»

«È dei nostri!», recitava il tweet trionfale di Mischael Modrikamen nel 2018, quando Matteo Salvini entrò a far parte di The Movement, l’organizzazione fondata da Bannon per promuovere il nazionalismo economico e il populismo di destra in Europa. Dopo essere caduto nella zona d’ombra della politica americana, aver abbandonato Breitbart, il sito dell’estrema destra statunitense, ed essere stato coinvolto nello scandalo di Cambridge Analytica, l’ex fedelissimo di Trump era emigrato in Europa, puntando all’opinione pubblica di orientamento euroscettico e nazionalista e facendo leva sulle tensioni anti-immigrati.

E lì pronto ad accoglierlo c’era il leader della Lega, che aveva incontrato l’8 marzo 2018 in segreto a Roma. Esattamente quattro giorno dopo la vittoria elettorale del 4 marzo, i due si vedevano allo Spazio Pin di via Montesanto a Roma, quartier generale di Armando Siri, responsabile economico della Lega e presente all’incontro segreto dei due.

Altro protagonista dell’incontro il ragazzo biondo che quel giorno comparve in giacca e cravatta al fianco di Salvini: Federico Arata, figlio di Paolo Arata, il professore esperto di Politiche energetiche, imprenditore e ideologo del Carroccio, tra gli autori del programma della Lega. Arata padre fu coinvolto nelle indagini nei confronti di Siri, senatore e sottosegretario alle Infrastrutture, accusato di corruzione. A presentare Salvini a Bannon sarebbe stato Arata figlio, assunto poi a Palazzo Chigi.

Due giorni dopo il suddetto incontro, dal palco di Lille, in Francia, davanti la platea dei delegati del Fronte Nazionale, Bannon si riferirà a Salvini con l’appellativo affettuoso di “Brother Salvini”. Di lì a dieci giorni sarebbe scoppiato lo scandalo di Cambridge Analytica, tra le polemiche riguardo al coinvolgimento di un rimasto nascosto partito italiano.

Ma la stima di Bannon per Salvini risale a ben prima dell’incontro segreto, quando l’ex banchiere americano aveva dichiarato il proprio sostegno al governo gialloverde. L’avamposto della rivoluzione populista europea poteva passare proprio da quell’alleanza, con i leader di Lega e M5S esaltati dalle frequenti dichiarazioni dell’ex banchiere americano: «Salvini e Di Maio sono bravissimi». Insieme a Jair Bolsonaro, il leader leghista era considerato da Bannon uno degli esponenti di riferimento del sovranismo, definito come «l’umile uomo del popolo diventato il politico più influente d’Europa».

L’accoglienza trionfale di Fratelli D’Italia

Agli accordi dell’alleanza gialloverde lei si oppose. Ma Giorgia Meloni con Fratelli D’Italia non risparmiò certo i sorrisi, nel 2018, per accogliere l’ex stratega della Casa Bianca. L’occasione era Atrieju, la festa del partito, in cui si parlò di una grande rete sovranista internazionale e dell’orgoglio di avere l’appoggio di uno come Bannon. Fu proprio il palco di Fratelli D’Italia ad essere usato dall’americano per il lancio di The Movement, la nuova coalizione che avrebbe unito in una linea comune e invincibile i sovranisti d’Europa e del mondo.

«Dal vostro governo partirà la rivoluzione» disse Bannon, davanti a una Meloni entusiasta, che però non mancò di ribadire il dissenso nei confronti dell’alleanza leghista con i pentastellati. Bannon continuò a dipingere Lega e Fratelli d’Italia come «i veri disgregatori», in grado di raccogliere l’eredità di Trump e dell’ex leader dell’Ukip britannico Nigel Farage. «Farete quello che Farage e Ukip sono riusciti a fare nel Regno Unito; quello che Trump e il Tea Party hanno iniziato a eseguire negli Stati Uniti. Ora la torcia è stata passata a voi».

Foto in copertina: Ap/Ansa/Marco Bonomo |Steve Bannon a Roma

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