Omicidio Willy, la MMA nella bufera. La campionessa Borgognoni: «Chi vuole chiudere le palestre non conosce questo sport» – L’intervista

Dopo la morte del 21enne a Colleferro, sui social è scoppiata la polemica. La campionessa di arti marziali: «Questa disciplina mi ha messo davanti alle mie paure. Ho visto tanti ragazzini gestire in modo migliore quegli aspetti della loro personalità che rischiavano di infettarli in futuro»

La chiusura delle palestre. Lo stop agli sport violenti. L’opinione pubblica ha trovato il suo capro espiatorio per la morte di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di 21 anni ucciso a Colleferro, provincia di Roma, la notte del 5 settembre. Un pestaggio selvaggio, violento, dove il ragazzo è stato accerchiato da quattro ragazzi e picchiato fino alla morte. Il gruppo è accusato di omicidio preterintenzionale.

Le indagini faranno il loro corso, ma per ora il giudizio sembra essere univoco e insindacabile: lo sport praticato dai fratelli Bianchi è troppo violento. E così ora l’appello è quello di chiudere i centri sportivi che offrono questo tipo di disciplina. «È una raffigurazione dell’MMA eccessiva», dice a Open Valentina Borgognoni, campionessa mondiale ed europea di Yoseikan budo e vice campionessa mondiale nel 2012 di MMA élite.

«Chi intraprende un percorso simile è chiaro che ha bisogno di convogliare la sua energia – e anche l’aggressività, ma in senso positivo – in uno sport», aggiunge Borgognoni. Educatrice professionale e membro anche dell’International Teacher School nella Word Yoseikan Federation, spiega che anche lo sport da combattimento ha «un valore educativo. Aiuta a convogliare in modo regolato le emozioni che alcune persone hanno bisogno di sfogare. È un contributo importante per evitare che accadano cose simili, come l’episodio di Colleferro».

Per molti la causa della violenza scoppiata quella sera sarebbe quella gabbia dove i due fratelli Bianchi hanno passato ore e ore ad allenarsi: «Lì dentro si sfoga in realtà tutto quello che si ha dentro e fuori», spiega Borgognoni. Tuttavia, come in tutti gli sport «è chiaro che c’è una piccola rappresentanza di persone che si allena per far danni fuori. Ma succede in tutte le arti marziali. In quel caso ad essere chiave è il ruolo dell’allenatore».

«È un percorso di confronto con se stessi»

Borgognoni inizia a praticare arti marziali nel 1994: «Ho investito la mia vita in questo. Facendo diventare questo percorso una professione». Nel 2007 accede al mondo dell’MMA e nel 2012 diventa vice campionessa del mondo in Estonia: «Semplicemente si tratta di un regolamento sportivo nato per permettere ad atleti di diverse discipline di potersi confrontare. Poi si ci è resi conto che era fondamentale essere atleti completi e sono iniziate a nascere delle scuole. All’inizio ci vedevo aggressività, poi da atleta matura – aggiunge Borgognoni – ho capito il valore di quello che ho ricevuto».

Per Borgognoni la gabbia l’ha liberata: «Mi ha messo davanti alle mie paure. È un percorso di confronto con se stessi. Con le arti marziali si è artisti della propria vita. Diventano un’espressione di un esercizio quotidiano. E nella mia esperienza ho visto tanti ragazzini riuscire a gestire in modo migliore quegli aspetti della loro personalità che rischiavano di infettarli in futuro». Sui combattimenti, il contatto fisico e chi critica il culto del corpo Borgognoni chiarisce che in realtà l’MMA e le altri arti marziali ti «aiutano ad accogliere l’altro. Per crescere devo far crescere anche chi ho davanti».

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