Il rapporto (difficile) di Trump con l’esercito. L’ex ufficiale del Pentagono: «Nessuna strategia, solo impulso» – L’intervista

Michael Rubin, consigliere del Segretario della Difesa tra il 2002 e il 2004, spiega i recenti attacchi del capo della Casa Bianca alle forze armate

Era stato il presidente Dwight D. Eisenhower – il primo – nel suo discorso di addio alla Casa bianca nel 1961 a mettere in guardia su una crescente minaccia: quella dell’industria militare e dell’influenza che le lobby delle armi avrebbero esercitato sulla politica del Paese. Una forza nascosta per l’ex presidente di cui gli americani non dovevano «mancare di comprenderne le gravi implicazioni».

Profetico. Sessant’anni da quelle parole, e vent’anni dopo l’inizio della “Guerra al terrore” Donald Trump rincara la dose e attacca i leader militari: «I vertici al Pentagono probabilmente non mi amano perché loro non vogliono altro che combattere guerre, così tutte quelle meravigliose aziende che fanno bombe, aerei e tutto il resto restano contente».

Quello di Trump con l’esercito sembra più che mai un rapporto di odio-amore. Il quotidiano The Atlantic ha rivelato che il presidente americano avrebbe definito nel 2018 i veterani morti durante la prima guerra mondiale dei «perdenti». La Casa Bianca smentisce. Mentre il capo di Stato maggiore dell’esercito James McConville è corso ai ripari assicurando ai cittadini che «le truppe sono mandate a combattere solo come ultima risorsa».

«Portiamo i nostri ragazzi a casa»

Per Trump è tempo di campagna elettorale. Le promesse vanno mantenute. E così ieri il commando centrale americano ha annunciato che Washington intende ridurre l’impegno americano in Iraq, diminuendo le truppe da 5200 a 3mila uomini.

Un ritiro che «non significa molto. Trump potrebbe dire che sta ponendo fine a una “guerra infinita”, ma la presenza degli Stati Uniti in Iraq non è così politicamente controverso come una volta», spiega a Open Michael Rubin, ex ufficiale del Pentagono e consigliere del Segretario della Difesa Donald Rumsfeld tra il 2002 e il 2004 per l’Iraq e l’Iran.

E se è vero che la retorica di Trump ricorda quella del presidente Eisenhower, afferma Rubin, «quella del presidente attuale è molto meno eloquente. Trump vuole semplicemente ridurre il coinvolgimento americano all’estero. E molti cittadini americani hanno smesso da tempo di prestare attenzione a quello che dice. Solo uno sciocco gli darebbe credito».

Trump e la Guerra al Terrore

L’annuncio di Trump arriva in un momento simbolico per gli Usa. A ridosso delle commemorazione per l’anniversario degli attentati dell’11 settembre, e mentre Trump continua a dirigere – in apparenza – la sua politica estera in direzione opposta alla strategia della Guerra al terrore. «Possiamo discutere sui costi di quella guerra e della sua attuazione – afferma Rubin – ma gli Stati Uniti sono ora un Paese più sicuro, e l’Iraq è sempre di più una democrazia».

Già nel 2018 le tensioni tra Trump e i vertici militari erano evidenti. Il segretario della Difesa, James Mattis, si era dimesso in protesta con la decisione di Trump di ritirare le truppe dalla Siria e il supporto americano alla coalizione guidata dai curdi, cruciale nella lotta allo Stato islamico.

Un recente rapporto pubblicato dalla Browne University ha stimato che le guerre post 2001 hanno fatto circa 37 milioni di rifugiati. Ma per Rubin, dalla Libia all’Afghanistan, «la colpa non è degli Stati Uniti». E quelle guerre – ribadisce – non sono state un errore. Ma ammette che lo sbaglio è stato nel voler intervenire nella ricostruzione di quei Paesi.

Il rapporto tra Trump e l’esercito continua tuttavia a essere ambiguo. Un amore odio per cui Rubin è sicuro: «Non c’è premeditazione». Solo l’impulsività di un presidente alla ricerca di una rielezione: «Ma senza una chiara strategia in mente».

Foto copertina: Afp/Ansa Mario Tama

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