Regionali 2020, il voto dei giovani. Tra i marchigiani che odiano la noia della provincia e sognano (ancora) Bologna

Gli atenei delle Marche non riescono a trattenere il 35% dei propri laureati e l’attrazione della vicina Bologna è molto forte. In vista delle elezioni regionali, Open ha raccolto le storie di under 35 che vivono in una regione che offre lavoro solo in certi settori

Chi vole Cristu se lu deve pregare, chi vole lo pane se lo deve guadagnare. È uno dei proverbi marchigiani più noti. E per guadagnarsi il pane, ovvero opportunità di studio e di lavoro migliori, sono tanti i giovani marchigiani che lasciano la propria terra. Oggi, quasi il 10% delle persone nate nelle Marche risiede all’estero: 148mila. Se a questa cifra si aggiunge il numero di persone trasferite in altre regioni di Italia, la questione dell’emigrazione marchigiana assume contorni preoccupanti.


Una regione rossa, almeno quanto la Toscana: le Marche sono state governate, per un quarto di secolo, dal centrosinistra. Questa volta, però, la sfida elettorale del 20 e 21 settembre è decisamente più aperta. Francesco Acquaroli, deputato di Fratelli d’Italia che corre per il centrodestra e di nuovo al centro delle polemiche per la cena fascista di Acquasanta Terme, è dato in vantaggio su Maurizio Mangialardi, sindaco di Senigallia che è riuscito a riunire il centrosinistra.

Chiunque sarà il prossimo presidente di Regione, dovrà impegnarsi per fermare l’invecchiamento demografico e cercare di attrarre più giovani nelle Marche. L’Università di Camerino ci prova dal 2016, quando il territorio sul quale insiste è stato colpito dal terremoto del Centro Italia: tante borse di studio e niente retta per gli studenti del primo anno. Ma non è bastato: dal 2018 al 2019 le iscrizioni sono crollate del 15%. Anche l’Università di Macerata ha perso il 3% di studenti. Proprio Macerata, secondo i dati Istat, negli ultimi cinque anni ha registrato un calo di quasi 10 mila residenti.

Negli ultimi dieci anni, l’emigrazione dei marchigiani tra i 18 e i 34 anni è triplicata. La Fondazione Migrantes, poi, segnala che le Marche non riescono a trattenere il 35% dei laureati nei propri atenei. Eppure di politiche per attirare i giovani, marchigiani e no, nelle università della regione sono state fatte.

Sempre a Camerino, dal 2016 al 2019 sono arrivati 35 milioni di euro pubblici per la ricostruzione e il potenziamento dell’ateneo. Per richiamare, nei territori terremotati, creativi under 35, il comune di Ascoli Piceno ha lanciato il bando Invasioni contemporanee, pagando gli artisti 6.000 euro ciascuno per realizzare la propria installazione. Addirittura l’incidenza di emigrati sul totale dei residenti nel comune di Acquasanta Terme ha raggiunto la soglia record del 56%. La terra di santi, musicisti e poeti sembra si stia svuotando.

«Bisognerebbe puntare di più sull’innovazione, nelle start up avviate dai giovani – afferma Matteo Cingoloni, 28 anni -. A Bologna c’è un contesto in cui le start up collaborano molto con l’università e ciò rende il collegamento tra studi e mondo del lavoro più efficace». Originario di Jesi, si è iscritto alla triennale di Scienze dei materiali a Padova. Poi si è trasferito, per la magistrale, a Bologna, «dove sono rimasto per fare un dottorato nell’ambito fotochimico».

WIKIPEDIA | Panoramica di Camerino, Marche

L’università non attrae menti da fuori

«Il corso di laurea che volevo fare, Scienze dei materiali, non c’era in nessuno degli atenei delle Marche e sono dovuto andar via», racconta. «Francamente andare via è stato un sollievo. Pensavo fosse necessario fare un’esperienza lontano da casa. In un futuro, però, mi piacerebbe tornare: se solo riuscissi a trovare un lavoro nel mio ambito, poco sviluppato nella regione».

Nonostante ciò, Matteo ritiene che nelle Marche ci siano tante possibilità lavorative per i giovani. «La maggior parte dei miei compagni di liceo è rimasta nelle Marche. Un paio di amici sono venuti a lavorare qui, a Bologna, ma non percepisco un flusso enorme di ragazzi che abbandonano le Marche».

«Certo è che Bologna esercita una grande influenza attrattiva – conclude -, la considero una piccola colonia marchigiana. Ho incontrato più marchigiani sotto le Torri che in tutte le Marche. Il motivo è che ci sono più corsi universitari specializzati e la vita giovanile, ovviamente, è tutta un’altra storia».

Chi invece ha frequentato l’università nella propria terra è Francesco Merli, ingegnere di 28 anni. «Ho studiato Ingegneria informatica e automazione al Politecnico di Ancona, ma qualche critica su come sono gestiti i corsi ce l’ho. Tra tutte, la cosa che più mi ha frenato, è l’arretratezza degli strumenti e dei laboratori».

BENI CULTURALI | Università Politecnica delle Marche, Ancona

Una concezione ambivalente

Francesco viene da Chiaravalle, in provincia di Ancona. «Ho preso in considerazione l’ipotesi di andare via dopo gli studi, anche se come stile di vita quello marchigiano non mi dispiace. Il mio primo posto di lavoro l’ho trovato in un’azienda in Emilia-Romagna, poi sono tornato a casa – dice -. Ad ogni modo, la maggior parte dei miei compagni di corso è andata via».

Come mai? «Ci sono delle agevolazioni, ma non direi che il territorio si presta alla nascita di imprese fatte da giovani. Nella stessa università non c’è una spinta in questo senso: si parte già con l’idea di restare nell’ambito accademico o di andare a lavorare come dipendente in qualche media-grande azienda».

«Onestamente, ed è una cosa abbastanza visibile, le Marche sono una regione che sta invecchiando: gran parte dei miei coetanei sono andati via – conclude Francesco -. Sia le politiche giovanili che quelle per il lavoro non sono così efficaci». C’è chi invece dalle Marche è scappato appena potuto, e non tanto per la ricerca di opportunità migliori, «piuttosto è la mentalità dei marchigiani che non sopporto».

Aurora Verdi, che lavora nel giornalismo e nella comunicazione, sostiene che «l’ambiente sia molto provinciale. Tutti conoscono tutti ed è la noia l’unica costante delle giornate dei marchigiani».

BOOKING | Stazione Ferroviaria di Ancona

Infrastrutture carenti

Oggi 33enne, Aurora si è trasferita a Roma quando aveva 19 anni e nelle Marche non ci è più tornata: «Ricordo che passavamo ore e ore seduti nei bar, anche perché l’offerta culturale non era vastissima, soprattutto nell’entroterra». Sulla costa, invece racconta che le cose vanno meglio: «Il sindaco Ricci ha fatto tanto per la città di Pesaro ma, man mano che ci si addentra, l’offerta si impoverisce».

Aurora ricorda che tra i suoi coetanei c’era il mito di Bologna, «trasferirsi lì sembrava l’unico modo per sfuggire alla routine del marchigiano: alzarsi presto, lavorare nelle grandi fabbriche della zona, aspettare il venerdì e il sabato per andare a sfasciarsi nelle discoteche della Romagna».

Aurora ne parla come una terra molto triste. «Un altro aspetto che limita molto i giovani, magari chi non ha ancora un’automobile, sono i collegamenti ferroviari, inesistenti o inadeguati. Le Marche, sopra il nodo ferroviario di Ancona, non sono collegate – afferma. I collegamenti diretti tra la costa adriatica e quella tirrenica sembrano un miraggio -. Ci vogliono sei ore per andare da Pesaro a Roma. Per la tratta Milano-Roma, più lunga in termini di chilometri, ci vuole la metà del tempo. L’unico nodo è Ancona, tutto ciò che è sopra non esiste: è l’unica stazione dove passa l’alta velocità».

E conclude con un certo risentimento verso il suo passato: «I marchigiani hanno una mentalità chiusa. Non avendo avuto altre possibilità di vita, perpetuano lo stesso modo di vivere da anni. Le Marche rappresentano il classico cliché della provincia italiana: grigia, noiosa, senza visione di un futuro diverso».

FOTO/ Vittorio Staffolani da Pexels

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