Regionali, il crollo dei Cinquestelle: ecco i numeri che la vittoria nel referendum non maschera

Vito Crimi e Luigi Di Maio gioiscono della vittoria del referendum, ma minimizzano sul problema che sta vivendo da qualche anno il partito/movimento

«Ad ogni tornata elettorale si parla sempre di canto funebre per il M5S» ha commentato alla Camera il deputato Vito Crimi, successore di Luigi Di Maio nel ruolo di capo politico del partito. Non solo, avrebbero dimostrato di essere il «motore del cambiamento» citando in parte lo slogan che li aveva portati al governo nel 2018. La modifica costituzionale approvata da questo referendum è senz’altro uno dei cambiamenti epocali della storia repubblicana, ma non può negare che il Movimento 5 Stelle abbia un problema: la sfiducia dei cittadini.


Il Movimento nato grazie a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio aveva toccato il suo massimo storico durante le elezioni nazionali del 2018, quando erano ancora duri e puri. Qualcosa è cambiato poco tempo dopo, quando si resero conto di doversi «sporcare le mani» e allearsi con chi in passato definivano il male della politica del Paese: gli altri partiti. Prima con la Lega «smontata in 5 minuti» da Alessandro Di Battista, poi con il Partito Democratico definito «Partito di Bibbiano» da Luigi Di Maio.

Hanno vinto il referendum? Di sicuro insieme alla Lega e al Partito Democratico, entrambi sostenitori del «Sì» con i loro leader in prima linea. Potrebbero dire che questi sono «saliti sul carro del vincitore», ma per un partito nato dai Meetup e radicato nel territorio attraverso Liste Civiche a 5 Stelle una sconfitta come quella subita in queste elezioni regionali dovrebbe far riflettere. Soprattutto coloro che prima indossavano la maglietta del VDay per poi sostituirla con la giacca e cravatta (o lo smoking).

In alto i voti ottenuti dal M5S nel 2015 in Campania. Sotto quelli del 2020.

Tenendo conto dei risultati più aggiornati, ormai prossimi ad essere definitivi, in Campania, la terra del Presidente della Camera Roberto Fico, il Movimento passa dal 17% del 2015 al 11% del 2020, una caduta di 7 punti percentuali. Nella Liguria di Beppe Grillo è andata peggio, dal 22,29% del 2015, per il candidato grillino Alice, il partito ha perso il 14,46% dei voti toccando il 7,83% nel 2020, appoggiando la coalizione di Ferruccio Sansa. Altro duro colpo in Toscana dove dal 15% si è passati al 6,4%, perdendo oltre la metà dei voti del 2015.

In alto i voti ottenuti dal M5S nel 2015 in Liguria. Sotto quelli del 2020.

Sono probabilmente altre le «non sconfitte» – usando un’antica terminologia grillina – come ad esempio la mancata vittoria della Lega in Toscana e la «non vittoria» della Lega in Veneto, se vogliono giocare sullo strapotere della lista di Zaia rispetto al risultato ottenuto dal suo stesso partito. L’unica alleanza con il PD – quella in Liguria – ha portato a una sconfitta, ma non è detto che nelle altre regioni avrebbero fatto di meglio appoggiando i candidati di centrosinistra.

Il Movimento 5 Stelle in questo momento dovrebbe riflettere sulla propria identità, quella che l’aveva reso forte nel 2018 sempre se non è troppo tardi. Se dovessimo fare un paragone calcistico, per gli amanti dello sport, è inutile vincere un campionato, gioire per la vittoria di una Champions League dovendo però lottare per non retrocedere.

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