Sansa: «Ho perso perché sono partito tardi, ma alcuni leader non mi hanno aiutato. Un esempio? Di Maio – L’intervista

La prima analisi della sconfitta dell’unico candidato alle Regionali sostenuto dall’alleanza Pd-M5s

È comunque soddisfatto del suo risultato in Liguria Ferruccio Sansa, candidato della società civile sostenuto dalla stessa coalizione che guida il Paese, l’alleanza tra PD e M5S. Un esperimento che secondo alcuni – tra cui il leader del Partito Democratico, Nicola Zingaretti – andava replicato anche nelle altre regioni, ma che non ha portato bene all’avversario di Giovanni Toti.


Una battaglia combattuta ma dall’esito prevedibile, complice il poco tempo e l’ampio vantaggio iniziale del presidente uscente, Giovanni Toti, la cui bravura secondo Sansa risiede soprattutto nell’aver saputo sfruttare a suo favore le emergenze che la regione ha dovuto fronteggiare negli ultimi anni, dal Ponte Morandi alla pandemia di Covid.

Eppure, al di là della forma, nella sostanza il candidato appoggiato dalla coalizione giallorossa ha giocato una partita importante anche come prova di tenuta dell’alleanza sul territorio tra Pd e 5s, oltre che una sfida personale – giornalista, senza esperienza politica, Ferruccio Sansa è figlio di Adriano Sansa, sindaco di Genova dal ’93 al ’97 con un passato turbolento nel Pd.

Cosa è andato storto?

«Penso che le cose vadano guardate con un po’ di realismo. Abbiamo avuto solo cinquanta giorni, trenta dei quali erano ad agosto. C’è stata l’inaugurazione del Ponte Morandi, che Toti ha usato in una maniera spregiudicatissima dato che non ha fatto nulla se non appropriarsene completamente in televisione, e poi c’è stato il Covid. Perciò insomma, mi sembra che si trattasse di un’impresa quasi impossibile già in partenza. Faccio presente che il giorno che mi hanno offerto la candidatura, la coalizione nei sondaggi era 22 punti indietro».

Pensa che abbia inciso il fatto che la sua candidatura sia stata scelta dai partiti e non dalla “base”?

«In campagna elettorale io mi sono trovato benissimo con la base, sia quella del PD sia quella dei Cinque Stelle. Il problema, semmai, è stato che alcuni ai vertici non erano convinti perché li ho criticati aspramente. La base dei Cinque Stelle ad esempio era molto convinta, forse meno Di Maio».

Secondo lei il PD ha rafforzato o indebolito la sua corsa elettorale?

«Sono stato io a far presente che la mia era una candidatura civica e a sottolineare che volevo che i voti arrivassero sulle nostre proposte e non che ad appropriarsene fossero i partiti. Non volevo fare come invece ha fatto Toti, che ha portato qui Salvini, la Meloni e tutta la banda. Dato che mi sono presentato come un candidato al di fuori dei partiti, ho trovato più opportuno non puntare su quello – anche se non ho mai detto “non venite”, e infatti sono venuti alcuni ministri del governo. E va bene così».

Nonostante la difficoltà della sfida, le aspettative su di lei erano tante – persino il Guardian lo ha definito “un candidato intrigante”. Pensa che sull’esito del voto abbiano pesato alcune uscite considerate populiste, come il biglietto dell’autobus gratis per tutti?

«Quello non era populismo, abbiamo calcolato tutto con diversi ingegneri, si può fare. Penso che sia contato molto, oltre al distacco immenso che avevamo all’inizio, l’investimento che Toti ha fatto nella comunicazione. In un anno ha speso 2 milioni di euro di soldi pubblici per pubblicità istituzionale ed è andato ovunque: giornali, radio, televisioni locali. Ha creato uno zoccolo di potere durissimo, anche grazie ai finanziamenti che ha ricevuto – che valuto dieci o venti volte superiori ai nostri. Noi abbiamo affrontato la campagna elettorale in una regione con un milione e mezzo di abitanti con 45mila euro tondi».

Quindi non si tratta di un problema dell’alleanza giallorossa?

«Io credo profondamente in quest’alleanza e penso che sia folle pensare di poterla giudicare per cinquanta giorni di lavoro. Noi abbiamo fatto proposte concrete e molto valide in diversi ambiti, dalla sanità pubblica con il ticket sanitario parametrato al reddito della persona, al consumo zero del territorio con l’abbattimento dell’uso del cemento in Liguria – una specie di rivoluzione copernicana qui. Poi abbiamo detto sì alle infrastrutture – su cui Toti in cinque anni non ha fatto niente -, per 21 opere dal valore totale di 18 miliardi di euro, tutte con alto valore strategico e basso impatto sul territorio. Infine abbiamo puntato su sgravi, finanziamenti e agevolazioni sugli affitti per i giovani».

«Sono tutte proposte concrete e fattibili dal punto di vista economico. Il vero problema, di cui ho avuto una percezione chiarissima, è che non siamo riusciti ad arrivare alle persone perché non abbiamo avuto né tempo né risorse. Ho avuto i soldi dai partiti il 15 agosto e il 20 agosto è cominciata la par condicio, non ho avuto tempo nemmeno per comprare la pubblicità».

Lei negli anni ha criticato aspramente il PD, cosa è cambiato ora?

«Lo criticavo aspramente perché era diventato un partito di potere, adesso il partito di potere è quello di Toti. Io nel PD ho incontrato un sacco di persone in gamba e spero di trovarli al mio fianco in consiglio regionale, dove faremo un’opposizione durissima. Torneremo subito sul territorio per dimostrare che non ci siamo andati solo per raccattare voti, ma per convinzione».

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