Hong Kong, Joshua Wong dopo la scarcerazione: «Mi seguono ovunque. Ma ci sono attivisti messi peggio di me» – L’intervista

Da quando è uscito di prigione, Wong sfrutta le interviste per parlare degli altri attivisti che subiscono la repressione di Pechino

L’ultima volta che Joshua Wong è stato arrestato la polizia lo ha rilasciato dopo poche ore. Ormai a Hong Kong, da quando è stata introdotta la legge sulla sicurezza nazionale voluta da Pechino, gli attivisti entrano ed escono di prigione in continuazione. Manifestare è sempre più difficile e chiedere la secessione dalla Cina è addirittura un reato.


Malgrado ciò, le proteste continuano e Wong, che ha 23 anni ed è uno dei volti più noti del movimento pro-democrazia, ostenta ottimismo. Rispetto al passato qualcosa sembra essere cambiato anche in lui. Parla molto più del solito di altri attivisti che hanno sofferto o soffrono più di lui a causa della repressione portata avanti del regime. Lo fa, dice, perché è importante farlo – ma l’impressione è che senta sempre più il peso della sua responsabilità.

Come è cambiata la sua vita da quando è stata introdotta la legge sulla sicurezza nazionale?

«La mia vita è cambiata molto, a partire dal fatto che vengo seguito costantemente da macchine e altri veicoli con a bordo gli agenti della sicurezza nazionale. Ma questo tipo di intimidazione è controproducente perché porta sempre più persone ad avere simpatia per noi. Se il nostro movimento è ancora vivo, lo dobbiamo in parte anche a questo».

Però gli arresti continuano. Pochi giorni fa circa 60 persone sono state arrestate durante le proteste per la festa nazionale cinese.

«Penso che sia un segno che il movimento per la democrazia gode ancora di buona salute. La repressione spingerà sempre più persone a protestare e a denunciare quanto sta accadendo. A Hong Kong sono state arrestate più di 10mila persone su una popolazione di 7 milioni. Ma continueremo a manifestare e a far sentire la nostra voce in tutto il mondo».

Lei ha detto che i media non dovrebbero concentrarsi sulla sua vicenda, ma su quella di altri attivisti meno noti. Sente il peso della responsabilità?

«Ci sono molti attivisti che hanno sofferto più di me, che ho passato quattro mesi in prigione: molti attivisti a Hong Kong hanno già trascorso più di 4 anni in carcere. Il più giovane è stato arrestato all’età di 11 anni, mentre il più anziano ne aveva 84. Ci sono più di 1.600 persone che sono andate o presto andranno a processo, e molti di loro rischiano di finire in prigione».

In particolare ha parlato del caso dei cosiddetti Hong Kong 12, arrestati mentre fuggivano verso Taiwan.

«Quando sono fuggiti sono stati arrestati dalle guardie cinesi e detenuti a Shenzhen. Vogliamo che le persone prestino maggiore attenzione a loro perché la situazione nel sistema giudiziario cinese è di gran lunga peggiore di quella di Hong Kong».

Nel suo caso lei è stato rilasciato poche ore dopo essere stato arrestato. Potrebbe essere un segnale positivo?

«No, non credo sia un segnale positivo, penso che stessero soltanto tastando il terreno. Sono stato arrestato più di 10 volte, non mi sorprenderebbe se lo facessero di nuovo».

Sono sempre di più i suoi concittadini che si trasferiscono all’estero. Ci sta pensando anche lei?

«Non ho intenzione di andarmene, voglio restare qui e combattere. Soltanto facendo così riusciremo a mantenere vivo il sostegno della comunità locale e globale. Non sono sicuro di quanti cittadini di Hong Kong affiliati al movimento si siano trasferiti all’estero, ma credo che anche chi va via possa svolgere un ruolo importante da lontano facendo pressione sulle autorità cinesi».

Foto di copertina: Elaborazione di Enzo Monaco

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