Trump è un «narciso maligno»? La diagnosi dello psicologo John Gartner al centro di un nuovo documentario – Il video

Nel 2017 il presidente statunitense fu giudicato mentalmente instabile da alcuni autorevoli professionisti. Quattro anni dopo, la vicenda non è ancora chiusa. Parla il regista di “Unfit”

Nel 2017, a poche settimane dall’insediamento di Donald Trump, uno psicologo di nome John Gartner e altri autorevoli colleghi lanciarono una petizione in cui sostenevano che il neo-presidente fosse «incapace di adempiere con competenza» ai propri doveri perché affetto da «una grave malattia mentale» e chiedevano che venisse rimosso dalla carica per cui era stato democraticamente eletto. Secondo la loro diagnosi Trump manifestava chiari sintomi di «narcisismo maligno», una sindrome che comprende un mix di narcisismo, comportamento antisociale, aggressività e sadismo.


La petizione ricevette circa 70 mila sottoscrizioni e fu fortemente criticata. Gli ordini professionali, come l’Associazione americana degli psichiatri, si opposero in ossequio alla cosiddetta Goldwater rule, da Barry Goldwater, il senatore repubblicano che sfidò Lyndon Johnson nelle elezioni del 1964. All’epoca Johnson, che aveva accusato Goldwater di essere troppo «instabile» per avere accesso ai codici nucleari, poteva contare sul sostegno di oltre duemila psichiatri che motivavano la propria opinione con ragioni spurie, tra cui la sua presunta omosessualità latente.

Goldwater perse le elezioni ma vinse una causa contro la rivista che aveva ospitato le loro conclusioni. È da quel momento che l’Associazione americana degli psichiatri ha istituito la regola secondo cui uno specialista in psichiatria non può offrire un parere professionale su una persona senza averla prima esaminata personalmente.

I precedenti di Lincoln e Clinton

Gartner sostiene che ci sono ormai così tante evidenze del comportamento di Trump – come i suoi commenti su Twitter – da rendere totalmente superfluo un esame in persona. Inoltre, secondo Gartner, la disciplina ha fatto grandi passi avanti dagli anni ’60, acquisendo nel corso dei decenni un’autorevolezza e un’obiettività tale per cui gli psicologi e gli psichiatri hanno non solo il diritto ma anche il dovere di intervenire nel dibattito pubblico, soprattutto se in difesa della democrazia. A chi fa notare che sono molti i presidenti ad aver avuto “malattie mentali” – da Abraham Lincoln, che soffriva di depressione, a Bill Clinton, che invece è affetto da ipomania – Gartner risponde evidenziando la natura «maligna» della condizione che carraterizzerebbe il presidente in carica.

Ad ogni modo, le accuse di instabilità mentale sono tornate al centro del dibattito elettorale, in parte perché è lo stesso Trump ad accusare il suo sfidante sleepy Joe Biden di senilità, in parte per i ritratti del presidente fatti da giornalisti del calibro di Bob Woodward (il cui libro su Trump si intitola Rage), di familiari come sua nipote Mary (che lo ha definito, appunto, «un narciso»), e di ex collaboratori come l’avvocato Michael Cohen e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton che ne hanno dato un’immagine poco edificante. L’ultimo capitolo, che si compone anche delle lunghe interviste all’ex collaboratore del presidente, Anthony Scaramucci, oltre che allo stesso Gartner, è un documentario intitolato #Unfit (distribuito da Wanted Cinema), ovvero Inadatto.

Il regista, Dan Partland, prende sostanzialmente le difese di Gartner. «La regola di Goldwater ha un obiettivo giusto, ovvero di non politicizzare la salute mentale – spiega al telefono -. Ma impedisce di fatto agli psicologi di far valere la loro expertise perché anche nei casi in cui visitano un paziente in un ambiente clinico non possono condividere le loro osservazioni in pubblico per questioni di riservatezza professionale. Quindi alla fine vengono esclusi dal dibattito politico. Ed è esattamente quello che è successo nelle elezioni del 2016.

Tutti i commentatori hanno speculato sulla salute mentale del candidato Trump, ma non c’erano professionisti che potevano contestualizzare le loro analisi. Nessuno che avesse le competenze o la formazione giusta aveva il diritto di commentare. Inoltre esiste un altro principio cardine, sottoscritto anche dall’Associazione psichiatrica americana, ed è il “dovere di avvertire” nei casi in cui esista pericolo imminente».

«Il dottor Gartner ha suscitato reazioni negative inizialmente – continua Partland – ma in realtà nel tempo i suoi colleghi gli hanno dato ragione e credo che la sua posizione sia diventata un’ortodossia». Eppure l’Associazione pischiatrica resta fedele alla regola di Goldwater. Una diagnosi fatta sulla base del comportamento pubblico di Trump può davvero essere considerata “obiettiva”? «Ci sono alcune cose che possono essere apprese solo in un contesto clinico. Ma le diagnosi comportamentali sono diverse, perché si basano su comportamenti osservabili. In questo caso, è effettivamente meglio fare quel tipo di diagnosi sulla base di osservazioni fatte al di fuori di un contesto clinico, perché quelle che si potrebbero fare in un colloquio sarebbero decisamente meno affidabili».

«L’elettorato deve essere pienamente informato»

In uno scenario ipotetico dunque ogni candidato alle presidenziali potrebbe dover sottostare a un esame psicologico in vista delle elezioni. Una proposta per certi versi preoccupante che porta con sé altre insidie per la democrazia. «Non credo che un consiglio di professionisti della salute mentale dovrebbe poter avere il potere di ribaltare la volontà dell’elettorato – chiarisce Partland -. D’altra parte però, penso che l’elettorato debba essere pienamente informato e non credo che negli Stati Uniti lo fosse». Oggi, dopo quattro anni della presidenza Trump, dovrebbe esserlo di più.

«La cosa scioccante è che oggi sappiamo molto di più su di Trump, ma nonostante l’infinita litania di scandali che sono stati smascherati, nonostante tutti libri che raccontano ogni aspetto della sua vita, le persone all’interno dell’amministrazione che hanno testimoniato quanto sia incapace di assorbire informazioni e come non esista un processo legislativo dentro alla Casa Bianca e neppure un processo deliberativo per discutere di politica estera – in altre parole nonostante tutto sia esattamente come appare dall’esterno e malgrado i mesi di indagini legali e il processo per impeachment, l’indice di approvazione di Trump non si è spostato di una virgola. Se nel 2016 aveva poco più del 40%, quattro anni dopo, è ancora leggermente al di sopra del 40%».

Insomma, il popolo smentisce, in parte almeno, la diagnosi? «Penso che questo ci dica innanzitutto che la polarizzazione politica è davvero intensa negli Stati Uniti. Ma conferma un altro principio psicologico, di cui non parliamo nel film: le persone generalmente prendono decisioni con il proprio istinto emotivo e usano l’intelletto per giustificare quelle decisioni, e non il contrario, anche se ci provano».

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