Usa 2020, ancora testa a testa tra Trump e Biden: «Con questa incertezza la violenza non è da escludere» – L’intervista

Per Lorenzo Costaguta, professore di storia americana all’università di Bristol, diversamente dalle previsioni l’alta affluenza ha premiato anche i repubblicani

Too close to call. È racchiusa in questa frase, quella del «troppo presto per assegnare», la notte elettorale americana. C’era la speranza che gli analisti si sbagliassero, che non sarebbe stata una corsa ravvicinata e invece la l’Election Day è finito senza un vincitore. Per insediarsi alla Casa Bianca servono 270 dei 538 grandi elettori disponibili. È da un piccolo manipolo di Stati che verrà fuori il nome del prossimo presidente americano. Si tratta degli Stati chiave del Midwest: Pennsylvania, Michigan e Wisconsin.


Qui il risultato, che vede in vantaggio Donald Trump, potrebbe essere ribaltato dal voto per posta che i repubblicani hanno sempre percepito più favorevole all’ala democratica. Il presidente l’ha già detto nella sua conferenza stampa notturna: «C’è un gruppo molto triste di persone che sta cercando di togliere il voto a milioni di elettori di Trump. Non è possibile che arrivino voti per posta che contestano il nostro risultato, andrò alla Corte Suprema»

«Per come si sta profilando la mappa elettorale è inevitabile dipendere da questi stati chiave», chiarisce a Open Lorenzo Costaguta, professore di storia americana alla Bristol University. La corsa è particolarmente serrata anche in Georgia e una vittoria qui di Joe Biden «potrebbe portare – quasi definitivamente – il candidato dem più vicino alla Casa Bianca».

Ma tutto è ancora da decidere. Donald Trump ha parlato di una grande vittoria. Mentre lo sfidante Biden ha chiesto ai suoi elettori di essere «ottimisti e pazienti». «Negli stati del Midwest mancano ancora i voti per posta. E Trump vuole chiaramente stuzzicare i dem su possibili frodi elettorali e dare qualche indicazione di vittoria». Nei mesi scorsi, più volte, il presidente americano aveva contestato il voto in assenza, ovvero quello per posta, che considera favorevole ai democratici, aggiunge Costaguta: «Nel momento in cui tutti gli Stati avranno concluso il loro scrutinio, e se ci sarà un margine molto risicato è possibile che il team legale dei rep e dei dem farà partire dei ricorsi».

Anche in queste elezioni il Midwest è tornato centrale, fondamentale per decidere: «È una centralità – spiega ancora il professore – che non è mai tramontata. Nel 2016, per una manciata di voti, spostarono la vittoria verso Trump». Allora i democratici non fecero campagna elettorale in quegli stati perché pensavano di aver già vinto. Un errore a cui Biden ha certo rimediato «così come Trump che ha fatto molte apparizioni in Pennsylvania».

Come anticipato dagli analisti, e dalla campagna elettorale, questo voto è stato tra i più divisivi della storia americane: «Le indicazioni erano abbastanza chiare. Ma sembra, almeno secondo i primi risultati, che la polarizzazione sia stata ancora più forte». In particolare è il dato dell’affluenza, la più alta da oltre un secolo, a evidenziare come sia i dem, che i rep siano andati in gran numero alle urne «smentendo l’analisi che l’alta affluenza avrebbe aiutato i democratici».

Una polarizzazione che – conclude Costaguta – può portare a episodi di violenza. «Trump non è nuovo ad atteggiamenti ambigui che accentuano divisioni. Più volte non ha condannato suoi sostenitori violenti». E una situazione in cui il nome del prossimo presidente americano non è chiaro potrebbe alimentare «tensioni già presenti. La violenza non è da escludere».

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