Riders: subordinati o autonomi? Dopo le polemiche sul contratto collettivo, c’è chi ha deciso di assumere

Lo scorso settembre si è raggiunta un’impresa storica per i ciclofattorini con la sottoscrizione del primo contratto collettivo per la regolamentazione dei rapporti di lavoro autonomo. Ma a distanza di poco tempo un’azienda leader del settore decide di investire sulle persone regolando i rapporti in lavoro subordinato

Il 16 settembre scorso è stato siglato il primo accordo collettivo per la regolamentazione delle prestazioni lavorative dei rider inquadrati con contratto di lavoro autonomo tra Assodelivery, l’associazione rappresentativa del settore food delivery in Italia e il sindacato Ugl (Unione generale del lavoro). L’intesa raggiunta ha acceso un forte dibattito sindacale e politico: da un lato ci sono state forte critiche per la mancata sottoscrizione del CCNL da parte delle confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL e dall’altro è intervenuto il Ministero del Lavoro che da tempo chiede di dare attuazione alla Legge 128 assicurando una paga oraria base in linea con i minimi tabellari dei contratti collettivi di riferimento.


A distanza di poco tempo, una delle aziende leader del food delivery in Italia,  ha deciso di invece di assumere con contratti di lavoro dipendente i bikers, garantendo anche ai lavoratori un percorso di formazione iniziale, la fornitura di bici e scooter elettrici e tutto l’equipaggiamento necessario per svolgere l’attività. Come riportato dal Corriere, l’amministratore delegato di Just Eat, ha dichiarato che «È un segno di civiltà e di etica applicata al business. Ci saranno dei costi da sopportare, ma crediamo in questo business ed è arrivato il momento di investire sulle persone». Il nuovo modello organizzativo dell’azienda, con due hub a Milano e Roma, potrebbe anche mantenere parte dell’assetto attuale, assumendo la maggior parte dei lavoratori con contratto di lavoro subordinato, ma lasciando comunque una quota di lavoratori autonomi.

Subordinato o autonomo?

Il tema dell’inquadramento dei riders divide politica, sindacati, giudici, ma anche e soprattutto gli stessi ciclofattorini. Esistono, infatti, diversi punti di vista: chi predilige la flessibilità  ed è contrario ad essere sottoposto al potero direttivo e organizzativo delle aziende di delivery, e chi invece chiede ormai da troppo tempo il riconoscimento del lavoro subordinato e le relative tutele. Una cosa è certa: il lavoro (qualsiasi esso sia) deve essere retribuito dignitosamente e tutti devono avere le garanzie minime di poter operare in sicurezza.

Fermi questi principi, il lavoro dei riders non può e non deve essere obbligatoriamente subordinato: altrimenti, il rischio è eliminare una componente necessaria, la flessibilità, richiesta da alcune categorie di lavoratori (come ad esempio gli studenti che svolgono attività saltuarie o occasionali). Non è poi detto che il lavoro autonomo (come testimonia il CCNL del 16 settembre scorso), possa essere anche meglio retribuito di quello, che invece, predilige tutele maggiori rispetto ad un minor compenso netto percepito per l’attività svolta.

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