Coronavirus, il Piemonte esclude i medici extra Ue dai bandi. L’Amsi: «In Italia esistono ancora leggi razziste»

Circa il 60% dei medici stranieri operativi in Italia lavora nel settore privato. «Vergognoso che senza cittadinanza non si possano fare concorsi pubblici», ha spiegato a Open il presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia

L’emergenza sanitaria non ferma le politiche di esclusione degli stranieri. È delle ultime ore la notizia dell’avviso di reclutamento per il personale sanitario bandito della Regione Piemonte che prevede come requisito di domanda la «cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell’Unione europea». Una clausola inserita nonostante la scarsità di personale e la lezione della prima ondata: proprio a Torino (ma anche a Crema), decine di medici cubani erano venuti in soccorso alla sanità italiana, per salvare cittadini e ospedali messi in ginocchio dall’inaspettato Coronavirus. Ma quello del Piemonte non è un caso isolato: in tutta Italia, a rimanere fuori dalla professione pubblica sono migliaia di medici e infermieri extraeuropei.


Ad aprile, il primo ministro Giuseppe Conte aveva inserito una clausola nel decreto Cura Italia (l’articolo 13), che apriva alla possibilità per i medici senza cittadinanza di essere reclutati nella sanità per aiutare durante l’emergenza. Quello che è successo, però, è che la normativa non è mai stata applicata. «Il giorno dopo l’approvazione del decreto, il governo ha fatto un appello per il volontariato», ha spiegato il dottor Foad Aodi, presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi) e Consigliere dell’ordine dei medici di Roma dal 2002. «Hanno risposto tantissimi medici e l’articolo 13 è rimasto semplice inchiostro su carta».

Né le regioni di sinistra né quelle di destra hanno trovato una soluzione a questo problema che va avanti da sempre, ha spiegato il dottor Aodi. Oltre al Piemonte, a far discutere è stato recentemente anche il caso del Veneto, che in queste settimane di nuova ondata sta pensando di sopperire alla mancanza di organico chiamando professionisti dalla Romania. «È una cosa vergognosa», dice il presidente. «Abbiamo un esercito qualificato che viene messo da parte e resta invisibile. La maggioranza di noi si è laureata in Italia, ha già il titolo riconosciuto. Per riconoscere formalmente quello dei medici dalla Romania servirebbe almeno un anno».

I numeri (e le sfide) dei medici extra Ue in Italia

In un congresso tenutosi il mese scorso, l’Amsi aveva fornito cifre eloquenti: sul territorio nazionale ci sono 77.500 professionisti della sanità di origine straniera, tra cui 22 mila medici e 38 mila infermieri. Tra i medici, solo 5 mila lavorano nel pubblico, oltre 15 mila sono assunti nel privato (e, nelle cliniche, spesso sottopagati) e circa 2 mila lavorano da liberi professionisti. Quasi il 60% di loro, dunque, lavora fuori dalla sanità pubblica.

La questione è una: pur essendo iscritti all’albo e pur pagando le tasse, senza la cittadinanza in tasca gli è precluso qualsiasi accesso ai concorsi pubblici. Per il dottor Aodi, si tratta di una vera e propria offesa verso una categoria di lavoratori: «In Italia esistono ancora leggi razziste. È un’offesa verso chi ha lasciato i proprio Paesi per venire a lavorare qui».

Con la Legge Martelli del 1990, è stata data ai medici extraeuropei operativi in Italia da prima del 1989 la possibilità di iscriversi all’ordine professionale. Lo stesso Aodi, spiega, è in Italia grazie a questa normativa. Ma ora, insiste, è il momento di fare un altro passo avanti: «Chiediamo che chi ha un’esperienza lavorativa di almeno 5 anni in Italia sia ammesso ai concorsi pubblici – afferma il presidente – e che dopo averlo passato possa iniziare il suo percorso verso la cittadinanza. Potremmo fare la differenza in questi mesi di emergenza, e non solo».

Foto di copertina: Mustafa Omar su Unsplash

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