Dal paracadute per le banche all’accesso ai prestiti, cosa cambia (davvero) con la riforma del Mes

di Giada Ferraglioni

L’Italia non digerisce né il Mes né la sua riforma. Ma di cosa si parla esattamente? Ecco tutti i punti sul nuovo salva-Stati che meritano di essere chiariti

Da qualsiasi parte lo si prenda, in Italia il Mes accende costantemente gli animi dei politici. L’ultima scintilla del capitolo salva-Stati che ha provocato discussioni tra parlamentari è stata la sua riforma: il 30 novembre l’Eurogruppo ha dato il via libera ad alcune misure che riguardano il Meccanismo europeo di stabilità. Per farlo ha avuto bisogno dell’ok dei ministri dell’Economia di tutti i Paesi e, tra questi, c’era l’italiano Roberto Gualtieri. Il 9 dicembre il Parlamento italiano è pronto a votare quale sarà la posizione del governo al tavolo europeo con gli altri Stati. Ma quali sono i punti critici?


Gli schieramenti

Pur avendo specificato che «dire sì alla riforma è cosa distinta dalla scelta di usare o meno il Mes sanitario», dalle opposizioni si sono levate grida di tradimento. «In questo modo si ipoteca il futuro dei nostri figli per i prossimi 30 anni – ha detto il segretario leghista Matteo Salvini – mettendolo in mano a qualche burocrate che sta a Bruxelles». Secondo Salvini, in questo modo il Mes diventerebbe ancora di più un salva-banche.


Il Movimento 5 Stelle, altro schieramento politico che da sempre porta avanti una crociata contro il Mes, ha tentato di mantenersi almeno all’inizio – e con non poche difficoltà – su una linea governativa (cioè quella del ministro Gualtieri, esponente del Partito democratico). Vito Crimi, capo politico reggente dei Cinquestelle, ha sottolineato che l’ok dell’Eurogruppo non cambia molto per l’Italia, dato che il nostro Paese non è intenzionato a farvi ricorso a prescindere da come andrà. Altri esponenti, invece, hanno preso posizione contro la scelta di Gualtieri, definendo le novità «peggiorative».

Ma i voti del Movimento 5 Stelle, ancora una volta frammentati, lasciano un’aura di incertezza su come andrà a finire e su come si presenterà l’Italia al tavolo europeo: in una lettera firmata il 2 dicembre, 42 deputati e 16 senatori si sono dichiarati fermamente contrari. In attesa che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riferisca in Parlamento (sia alla Camera che al Senato) in vista del dibattito al Consiglio europeo, gli schieramenti sembrano già essere decisi: anche Forza Italia, che resta favorevole all’utilizzo dei fondi, in merito sulla riforma ha detto no.

Nulla è deciso

La prima cosa da chiarire è che, nonostante il benestare dell’Eurogruppo, la decisione presa dai ministri del Tesoro europei è solo il primo step verso la firma finale. La loro decisione, infatti, è tutto fuorché vincolante per la sua entrata in vigore. Quanto deciso dal gruppo servirà solo ad aprire le porte del Consiglio europeo al trattato: sarà lì che arriverà la decisione definitiva per mano dei capi di governo dei 19 Paesi interessati. A quel punto, il testo tornerà indietro ai vari Parlamenti, che dovranno approvarlo.

Il contesto: a cosa serve la riforma

L’obiettivo principe della riforma del Meccanismo è quello di stabilire «nuove modalità di cooperazione» tra l’organismo e la Commissione europea, mirando a dare più spazio d’azione al salva-Stati. Se le modifiche dovessero essere approvate, il Mes – al pari della Commissione e della Banca centrale europea (Bce) – avrebbe facoltà di «seguire e valutare la situazione macroeconomica e finanziaria, e sostenibilita? del debito». Un’invasione di campo vera e propria, secondo i critici, che intaccherebbe ulteriormente l’autonomia gestionale degli Stati che fanno richiesta degli aiuti (e che fa risuonare nella mente vecchi ricordi legati alla Troika). Una prospettiva che non sembra rinnegare le logiche di condizionalità, presentate invece come superate nella descrizione di una “nuova Europa” post-Covid.

Condizioni addio? Non proprio

A proposito, quali saranno le modalità di accesso ai prestiti per i vari Paesi? Dipende. Se il Paese è «sano» (cioè se soddisfa tutti e 5 i criteri di convergenza stabiliti dal Trattato di Maastricht, come ad esempio il rapporto tra deficit e Pil e quello tra debito e Pil) non sarà necessario presentare un piano di politiche economiche. Niente memorandum, ma solo una «lettera d’intenti». Molto difficilmente, però, un Paese in salute deciderebbe di ricorrere a un prestito come quello del Mes. Molto più facile che ne abbia bisogno uno Stato in difficoltà. Ma, in quel caso, le cose si fanno molto meno fluide.

Se uno Stato meno «sano», come per esempio l’Italia, volesse ricorrere ai fondi del Meccanismo, allora le condizionalità esisterebbero eccome. Bisognerebbe, cioè, stilare un piano nel quale si leggano nero su bianco le riforme pensate per arginare la crisi. Il giogo della dipendenza sui Paesi con «gravi vulnerabilita? del settore finanziario», dunque, non sembra scomparire nemmeno dopo i discorsi e le prospettive annunciate prima dell’estate.

Il timore di una ristrutturazione automatica del debito

Come anticipato, la riforma prevede un ampliamento delle funzioni del Mes, rafforza il ruolo dell’organismo nella progettazione, nella negoziazione e nel monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria (in altre parole, nel decidere sulle condizionalità e sulle riforme da elaborare nei singoli Stati). L’erogazione dei fondi sarebbe preceduta da un’analisi della sostenibilità del debito degli Stati. Secondo l’interpretazione di alcuni parlamentari italiani, questo report comporterebbe il rischio di una ristrutturazione automatica del debito, che toglierebbe autonomia ai singoli Stati.

Cosa significa ristrutturare il debito?

Significa modificare le condizioni a cui uno stato ha emesso il proprio debito pubblico. In accordo con i creditori (cioè chi ha comprato i titoli di uno Stato), si decide di modificare le condizioni di riparo del debito, dando il via implicitamente a una sorta di processo ammorbidito di “bancarotta”. Il processo sarebbe regolato dalle nuove Clausole di azione collettiva (Clac): queste permetterebbero ai creditori di gestire con maggiore autonomia la rinegoziazione di alcuni termini degli stessi titoli, come gli interessi e le scadenze.

Un precedente storico di revisione del debito è quello avvenuto in Grecia quasi un decennio fa, che costituì una sorta di shock per gli investitori. Quando il valore dei prestiti greci venne tagliato tra il 2011 e il 2012, i creditori furono messi davanti all’evidenza che i titoli di Stato non potevano essere più considerati l’investimento più sicuro del mondo. In realtà, però, nella riforma in questione non esiste nero su bianco nessun automatismo di default. Ma una cosa è vera: questo meccanismo potrebbe aumentare il ricatto dei mercati nei confronti dei Paesi più indebitati.

Il nodo del backstop per le banche

Altro nocciolo della questione è che, con questa riforma, il Mes si occuperebbe non soltanto di finanziare direttamente gli Stati membri, ma anche il Single Resolution Fund (in italiano il Fondo di risoluzione unico), con una cifra massima di 68 miliardi di euro. L’Srf è uno dei pilastri dell’istituzione bancaria nell’Unione europea: attivo dal 2014, è una sorta di rete che si occupa di gestire le banche a rischio dissesto. In caso in cui i fondi del Resolution non dovessero essere sufficienti, allora l’Ue sta pensando a un backstop comune per rafforzare il paracadute. Secondo i ministri del Tesoro – e quindi dell’Eurogruppo – allargare i prestiti alle banche costituisce un passo importante per creare un’Unione bancaria tra gli Stati membri. La posizione dell’Italia sul dibattito è centrale: tutti gli occhi sono puntati sulla data del 9 dicembre, giorno dell’informativa di Conte alle Camere.

Foto copertina: Immagine Twitter dal profilo del ministro Roberto Gualtieri

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