Trasporti, orari scaglionati e corsia rapida per i tamponi. Quello che manca per riaprire la scuola il 7 gennaio

di Angela Gennaro

Il giorno dopo l’Epifania il 75% degli studenti delle superiori tornerà in classe. Perché la ripartenza di gennaio dovrebbe avere più successo di quella di settembre? Ecco tutti i nodi ancora da sciogliere

Il ritorno in classe dopo le chiusure e i mesi di didattica a distanza decisi per contrastare i contagi di Coronavirus? L’obiettivo dell’ultimo Dpcm è quello di arrivare al 75% della didattica in presenza per le scuole superiori il 7 gennaio. Come? Con la creazione di una serie di tavoli di coordinamento con prefetture, presidenti di provincia, sindaci, dirigenti dei ministeri dell’Istruzione e dei Trasporti, rappresentanti delle Regioni e delle aziende del trasporto pubblico locale. Lo stesso Giuseppe Conte, nel corso dell’ultima videochiamata con regioni ed enti locali, ha auspicato che i tavoli «partano il prima possibile» per essere pronti per il 7 gennaio. Mentre in tutta Italia già molti istituti hanno deciso in autonomia di posticipare ancora e riaprire solo l’11 gennaio.


Saranno le prefetture a dover armonizzare le esigenze delle aziende di trasporto, il parco macchine, il vincolo del 50% di capienza dei mezzi (per gli scuolabus, che sono di gestione comunale, la percentuale sale all’80%) e le decisioni dei singoli istituti su orari e personale. Ogni tavolo elaborerà un «documento operativo» con le misure da adottare e le relative tempistiche di realizzazione. Il capo della prefettura potrà chiedere ai governatori di emanare un’ordinanza sostitutiva.


«Con l’autonomia scolastica oggi nessuno – regioni, comuni o province – ha il potere di incidere sugli orari scolastici. Su questo l’elemento prefettizio è prima di tutto di coordinamento. E può avere elementi più cogenti nell’armonizzazione degli orari e dei trasporti», dice a Open Luca Menesini, delegato dell’Unione province d’Italia e presidente della provincia di Lucca. Secondo Menesini, sindaco di Capannori, la prefettura ha, insomma, gli strumenti giuridici per imporsi in un tavolo che vede la partecipazione di tante (troppe?) realtà spesso in contrasto tra loro.

«A noi, province e comuni, non dispiace, né dispiace che sia un’iniziativa portata avanti a livello provinciale», dice Menesini. D’altro canto, tra le funzioni che la legge 7 aprile 2014, n.56 (la cosiddetta legge Delrio), assegna alle province c’è proprio quella della «pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale» e della «programmazione provinciale della rete scolastica, sempre nel rispetto della programmazione regionale».

Gli errori di ottobre

Facebook | Luca Menesini, delegato dell’Unione province

Ma cosa è cambiato dalla ripartenza di settembre? Anche allora si era pensato il coordinamento tra mezzi e orari. Perché quello di gennaio dovrebbe avere un altro destino? «Questa è una bella domanda», sorride il sindaco. «La questione è non ritornare in uno scenario come quello di ottobre. Certo, un’organizzazione al 50% sia per la didattica in presenza che per i trasporti ci avrebbe dato più garanzie di rispetto delle normative sul trasporto pubblico e di contenimento del contagio», avverte. In ogni casi per gennaio «le scuole sono pronte: durante l’estate abbiamo fatto un gran lavoro come province sui 7.500 edifici in Italia per 2 milioni e mezzo di ragazzi e ragazze, in termini di rispetto delle norme di distanziamento e di tutte le prescrizioni che ci sono state date».

Il protocollo

ANSA/Cesare Abbate| La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina in visita alla scuola Francesco Gesuè di San Felice a Cancello, in provincia di Caserta, 1 ottobre 2020

Menesini ha partecipato nelle scorse ore in rappresentanza delle Province italiane alla conferenza unificata con il premier Conte e gli altri ministri, le Regioni e la rappresentanza dei Comuni per discutere del nuovo Dpcm in vigore da oggi, 4 dicembre. «Siamo d’accordo con la ripresa della scuola superiore dal 7 gennaio: la scuola deve ripartire», dice. La gestione della ripartenza vedrà anche l’arrivo di un protocollo nazionale condiviso promosso dalle province che verrà messo a punto nelle prossime ore. Il punto di partenza è un documento in cui la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina domanda ai presidenti di Regione di varare un piano per i trasporti e approntare una corsia rapida per i tamponi di alunni e docenti. E in cui apre anche all’ipotesi di prolungare il calendario scolastico nelle singole regioni per recuperare il tempo perduto.

Secondo Luca Menesini, l’appello alle Regioni è che intervengano a livello di trasporto pubblico locale, garantendo una percentuale di capienza del 50%. «Quello è l’obiettivo che ci dobbiamo dare», dice il delegato Upi. «Il lavoro da fare regione per regione è quello di garantire parametri inferiori. Nelle grandi città, dove ci sono più tram o metropolitane o comunque trasporti pubblici locali frequenti, si può ragionare anche declinando orari diversi di ingresso nelle scuole. Ma nella maggior parte del paese, cioè nelle nostre 76 province, questo non è possibile se non creando trasporto pubblico locale dedicato, duplicando mezzi e risorse».

Ecco, appunto: come siamo messi con i mezzi a disposizione del trasporto pubblico locale? «In alcune regioni è stato attivato il coinvolgimento dei bus turistici e privati. Il parco macchine ha sicuramente dei livelli di attivazione maggiore, a fronte di risorse che il governo deve destinare – a ottobre lo aveva fatto – qui in Toscana per esempio metà del lavoro era stato fatto», dice Menesini. Ma il coinvolgimento dei privati non ha riguardato tutte le regioni. In Calabria per esempio, diceva solo pochi giorni fa a Open Nino Costantino della Cgil Trasporti, l’impiego dei pullman turistici continuava a sembrare un’ipotesi ben lontana dalle corde della giunta regionale.

Ma Menesini insiste: la strada è che ogni regione «abbia dei parametri più bassi di capienza del trasporto pubblico locale, attivando accordi con i privati». E poi bisogna «lavorare sugli orari di ingresso e soprattutto su un monitoraggio all’entrata e uscita delle scuole». Realizzato come? «Con le forze dell’ordine. In alcuni contesti stanno poi partendo progetti di responsabilizzazione dei ragazzi e di peer education».

ANSA/Mourad Balti Touati | L’uscita degli studenti di scuola media dell’I.C.S. Cardarelli Massaua a Milano durante l’emergenza per il coronavirus, 30 novembre 2020

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