Caso Cucchi, in aula il generale Tullio Del Sette: «Le verifiche sul caso non fatte con la dovuta dedizione»

di Sara Menafra

L’ex comandante dell’Arma è stato convocato nell’ambito del processo sui depistaggi. E in aula accusa: “Gli errori erano evidenti fin dal principio”

All’epoca della morte di Stefano Cucchi era comandante interregionale, ma nel periodo successivo ha salito tutta la scala gerarchica fino a diventare comandante generale dell’Arma dei carabinieri, dando addio all’incarico due anni fa. Ora, raccontando cosa accadde quell’anno spiega che a suo avviso gli approfondimenti sui giorni della morte di Stefano non furono fatti col necessario livello di profondità.


Allo stesso tempo, però, il generale Tullio Del Sette specifica come alla procura fossero stati dati tutti i documenti relativi al trattenimento di Cucchi in caserma e che nulla fu occultato. La sua testimonianza avviene nell’ambito del processo per il depistaggio ai danni dell’inchiesta per la morte del geometra romano, avvenuta il 22 ottobre del 2009, e per la quale solo nel 2019 è arrivata una sentenza che attribuisce la morte di Cucchi ai carabinieri che lo fermarono e lo pestarono al momento del fotosegnalamento.

Come ha detto il generale in aula:

È evidente che le verifiche su quanto accadde dall’arresto al trasferimento in tribunale non furono fatte con la necessaria dedizione. In particolare sarebbero bastate pochi controlli per capire che non era stato fatto il fotosegnalamento. Quel documento veniva citato ma non appariva mai. Evidentemente poteva esserci una ragione per cui questo fotosegnalamento non fosse stato mai allegato.

In aula il generale ha spiegato che sulla base della sua esperienza alcune valutazioni potevano essere fatte fin dal principio:

Ho comandato due compagnie, di cui una era Roma centro. Durante questo periodo ci sono stati centinaia di arresti ed è chiaro che il comandante di compagnia non può controllare tutti gli atti. Detto questo però, dopo un fatto grave come la morte di Cucchi, le verifiche dovevano essere piu oculate.

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Sara Menafra