Regeni, l’ultimo schiaffo del Cairo. La Procura egiziana: «Caso usato per nuocere ai rapporti con Roma». La Farnesina: «Parole inaccettabili»

di Redazione

Secondo il Procuratore generale del Cairo «non c’è alcuna ragione per intraprendere procedure penali circa l’uccisione, il sequestro e la tortura di Giulio»

«Inaccettabili». Così il ministero degli Esteri italiano definisce le parole con cui oggi 30 dicembre la Procura egiziana ribadisce che non ci sono gli elementi che giustifichino un processo sull’omicidio di Giulio Regeni e accredita la tesi secondo cui imprecisate «parti ostili a Egitto e Italia vogliano sfruttare» il caso per «nuocere alle relazioni» tra i due Paesi. La Farnesina «ritiene che quanto affermato dalla Procura Generale egiziana relativamente al tragico omicidio di Giulio Regeni sia inaccettabile», si legge in una nota che arriva in serata e dopo un’intera giornata in cui le parole della procura egiziana avevano scatenato le proteste di buona parte della politica italiana.


La Farnesina, «nel ribadire di avere piena fiducia nell’operato della magistratura italiana, continuerà ad agire in tutte le Sedi, inclusa l’Unione europea, affinché la verità sul barbaro omicidio di Giulio Regeni possa finalmente emergere». Il ministero guidato da Luigi Di Maio «auspica che la Procura Generale egiziana condivida questa esigenza di verità e fornisca la necessaria collaborazione alla Procura della Repubblica di Roma».

«Il responsabile resta sconosciuto»

L’Italia sembra così rispedire al mittente il rilancio di oggi da parte del Procuratore generale del Cairo, Hamada Al Sawi, che in una nota oggi sostiene «che per il momento non c’è alcuna ragione per intraprendere procedure penali circa l’omicidio, il sequestro e la tortura» del ricercatore italiano, ucciso nel 2016 in Egitto. Il responsabile, dice la Procura, «resta sconosciuto».

Il 10 dicembre scorso, la magistratura italiana ha chiuso le indagini contro quattro appartenenti ai servizi egiziani, passo che precede l’apertura di un processo. A questo proposito, il Procuratore «esclude ciò che è stato attribuito a quattro ufficiali della Sicurezza nazionale», si legge nel testo pubblicato sulla pagina Facebook dell’istituzione cairota, la quale ha evitato di fornire l’elezione di domicilio degli indagati come richiesto invece dalla Procura di Roma.

La Procura egiziana si concentra invece sui cinque componenti della «banda criminale» specializzata in rapine a «stranieri», nel cui covo furono trovati documenti di Regeni, tra cui il passaporto. Una versione che non ha mai convinto gli inquirenti italiani. Il gruppo fu sgominato in uno scontro a fuoco con le forze di sicurezza al Cairo il 24 marzo 2016. «Vista la morte degli accusati, non c’è alcuna ragione di intraprendere procedure penali circa il furto dei beni della vittima», spiega la nota.

«Si voleva attirare attenzione su questo caso»

Quindi, la Procura arriva a sostenere che «sconosciuti potrebbero aver sfruttato» i movimenti di Regeni «per commettere il crimine, scegliendo il 25 gennaio 2016 (anniversario della rivoluzione del 2011, ndr) perché sapevano che la sicurezza egiziana era occupata a garantire la sicurezza delle istituzioni dello Stato». Il responsabile «ha dovuto rapirlo e torturarlo affinché il crimine fosse attribuito alla sicurezza egiziana, ha gettato il suo corpo a lato di una struttura importante appartenente alla polizia e in coincidenza con la visita in Egitto di una delegazione» italiana, si sostiene nel testo con implicito riferimento alla missione condotta dall’allora ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi.

«Tutto ciò come se il criminale avesse come scopo quello di informare il mondo intero della sua morte e di attirare l’attenzione» su di essa, viene aggiunto. «Ciò prova alla Procura generale che parti ostili all’Egitto e all’Italia vogliono sfruttare questo incidente per nuocere alle relazioni fra i due Paesi nel momento in cui questi rapporti avevano avuto ultimamente sviluppi positivi», si afferma nella nota. «Queste parti sono anche sostenute da media noti per la loro istigazione dei conflitti», sostiene ancora il comunicato aggiungendo che «la Procura generale», sulla base delle «circostanze di questo caso e alla luce di questa analisi, ritiene che ci sia un altro lato che non è stato ancora svelato dalle inchieste, come anche l’autore» del crimine.

Le reazioni in Italia

«Una mezza ammissione e insieme un altro vergognoso tentativo di depistaggio », scrive su Twitter Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. «Le autorità egiziane ammettono dopo 5 anni, e dopo che lo ha già dimostrato la Procura di Roma, che pedinavano Giulio Regeni. Ci spieghino perché. Il Governo Italiano pretenda chiarimenti».

«A giugno di quest’anno il Presidente del Consiglio Conte di fronte alla Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni aveva riferito di aver chiesto al presidente egiziano al-Sisi “una manifestazione tangibile di volontà” e di aspettarsi a breve una risposta in tal senso: non solo, sempre Conte aveva sottolineato come “la cooperazione giudiziaria tra le due procure ha già dato segni di una certa ripresa dopo la nomina del nuovo procuratore egiziano”. Oggi, dalla procura generale del Cairo è arrivata una risposta che smentisce in modo clamoroso sia quell’impegno che quella previsione», dice in una nota Riccardo Magi, deputato di +Europa Radicali.

Le parole della procura, aggiunge, rilanciano «il depistaggio già tentato da quelle autorità e che oggi appare ancora più patetico di fronte all’egregio lavoro svolto dalla Procura di Roma. Ora, spetta al governo italiano mettere in atto quell’azione politica e diplomatica nei confronti dell’Egitto e in seno all’Ue, la stessa azione che finora è totalmente mancata sia per ottenere risultati concreti di verità e si per ottenere giustizia ».

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