Integrazione, formaggi e rispetto per l’ambiente: chi era Agitu Gudeta, la donna etiope uccisa in Trentino

di Redazione

Si era rifugiata in Italia durante gli anni della repressione in Etiopia. Qui ha portato avanti i suoi ideali di uguaglianza

Nella valle dei Mocheni, in Trentino, c’è un’azienda agricola come non se ne vedono molte. Gli animali possono pascolare tranquillamente su circa 11 ettari di terreno senza dover subire sistemi di allevamento intensivo e, nel caseificio, si produce formaggio in maniera sostenibile. Il posto si chiama La capra felice e la sua fondatrice, Agitu Idea Gudeta, è stata uccisa ieri a colpi di martello, probabilmente da uno dei suoi collaboratori.


Nata ad Addis Abeba, arriva in Italia a 18 anni

Agitu era una donna di 42 anni, nata ad Addis Abeba, in Etiopia. Quando è arrivata in Italia per la prima volta, di anni ne aveva 18. Ci venne con un obiettivo preciso, quello di studiare sociologia all’università di Trento. Per mantenersi durante gli studi, come molte sue coetanee, lavorava. Finita l’università era tornata nel suo Paese, dove si trovava parte della sua famiglia. Ma la situazione politica locale la spinse, nel 2010, a fare ritorno nel suo Trentino, dove avrebbe vissuto per il resto della sua vita.


In quegli anni restare in Etiopia poteva significare incorrere ogni giorno in rischi per la propria salute. C’erano in atto campagne violente di repressione contro i dissidenti e i contadini, spesso uniti in un’unica battaglia contro l’espropriazione delle terre per mano del Fronte di liberazione del Tigrè (Tplf), al potere dal 1991 fino al 2018 (anno dell’ascesa politica del premio Nobel per la pace Aby Ahmed).

L’impegno politico

Tra il 2005 e il 2010, Agitu aveva partecipato a delle manifestazioni organizzate da gruppi di studenti universitari della capitale etiope, proteste di opposizione allo sfruttamento di persone e terre nella regione dell’Oromia. Il Tplf aveva imposto politiche per favorire gli affari delle multinazionali, operando espropri illegali (land grabbing) ai danni dei lavoratori della terra, ridotti in semischiavitù dei grandi colossi internazionali.

Quando il governo iniziò ad arrestare (e a far sparire) molti dei suoi compagni, Agitu capì che era il momento di seguire l’esempio di suo padre, un professore universitario emigrato negli Stati Uniti nel 2000 per gli stessi motivi di sicurezza. In un’intervista rilasciata a Internazionale nel 2018, ha raccontato perché scelse nuovamente l’Italia: «Qui avevo degli amici che avrebbero potuto aiutarmi e sapevo la lingua, così non ho avuto dubbi. Quando sono arrivata a Trento, avevo duecento euro in tasca, niente di più».

La sua è una storia di resistenza

Il suo impegno quotidiano, civile, politico e ambientale le ha portato numerosi riconoscimenti – come quello per la Resistenza casearia di Slow Food e il Miglior prodotto per il Trentino. I suoi formaggi hanno rappresentato il Trentino durante l’anno dell’Expo. «La bontà dei miei formaggi mi ripaga di tutta la fatica e di tutti i pregiudizi che ho dovuto superare per farmi accettare come donna e come immigrata», aveva raccontato. La sua è una storia di resistenza. E questo nemmeno la sua brutale morte potrà cancellarlo.

Immagine di copertina dal suo profilo Facebook

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