L’idea di Remuzzi per accelerare il piano: «Più vaccinati subito con le prime dosi. E produciamo in Italia»

di Giovanni Ruggiero

Secondo il direttore dell’Istituto Mario Negri di Milano, si può allargare la platea di vaccinati sfruttando tutte le prime dosi. I richiami potrebbero essere fatti fino a 120 giorni dopo. Una svolta che rischia di non essere sufficiente, se l’Italia non entra nello sforzo globale della produzione dei vaccini

Servirebbe un cambio di passo perché il piano vaccinale contro il Coronavirus in Italia allarghi il più possibile la copertura, sfruttando tutte le dosi disponibili. Lo spiega al Corriere della Sera il direttore dell’Istituto Mario Negri, Giuseppe Remuzzi, la via ideale per rendere più efficace il piano è: «vaccinare un grande numero di persone con una dose singola che un piccolo campione con due dosi». Se ne trarrebbe una drastica accelerazione del numero di vaccinati come già avvenuto in Israele, secondo Remuzzi indispensabile in un momento in cui: «non bisogna perdere neanche un minuto».


Con un piccolo strappo alla regola indicata dai produttori dei vaccini Pfizer e Moderna, che ad oggi suggeriscono di somministrare le due dosi a distanza di non oltre 28 giorni: «Si può ipotizzare di non fare il richiamo prima che siano passati 120 giorni. Il livello di protezione indotto dalla prima dose del vaccino – aggiunge Remuzzi – è comunque molto alto».

Ma anche questo sforzo rischia di essere insufficiente, pur arrivando a 700 mila vaccinazioni a settimana, mentre oggi siamo intorno a 400 mila. Pfizer, ricorda Remuzzi, ha già chiarito che non riuscirà da sola a coprire il fabbisogno globale. Aiutano gli altri vaccini approvati, che si sono dimostrati altrettanto efficaci, come Moderna e AstraZeneca. Ma l’obiettivo a medio termine per l’Italia deve puntare alla produzione, così come già fatto in Germania e si sta preparando a fare la Francia. «Fabbrichiamo l’11% della produzione mondiale di farmaci, ma siamo fuori da questo gioco enorme».

«Essere solo finanziatori e acquirenti, e non produttori in senso stretto, ci mette in una posizione di debolezza rispetto agli altri. Non riusciamo a contribuire» a uno sforzo globale, spiega Remuzzi: «Se gli altri Paesi fossero come noi, non ci sarebbe alcuna disponibilità di vaccini. Servono orgoglio e lungimiranza». Anche perché la minaccia della terza ondata è ormai concreta: «Se in Italia le cose dovessero andare come stanno andando in Inghilterra o In Germania, rischiamo i mille morti al giorno».

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