Renzi pone le condizioni: «Governo politico, ma non ad ogni costo». E chiede un programma scritto, il Mes e la testa di Arcuri

La crisi di governo sta prendendo una piega complicata: i piani di Pd e 5 Stelle sono cambiati in corso d’opera e, pur di salvare Conte, le due forze politiche dovranno cedere alcuni ministeri a Italia viva

Un solo punto di contatto. Troppe, invece, le divergenze per sperare che dal primo giro di consultazioni del presidente della Camera Roberto Fico emerga un quadro definito della prossima squadra di governo. Movimento 5 Stelle, Partito democratico e Italia viva concordano praticamente solo sulla stipula di un contratto di governo: un documento che impedisca ai partiti di maggioranza di sfilarsi dagli impegni presi. La fiducia reciproca, dunque, è completamente dissipata.


Le consultazioni con Fico

La prima delegazione a presentarsi a Montecitorio nella giornata di sabato (30 gennaio) è quella grillina. L’invito fatto da Italia viva a restare sui temi, e non sui nomi, cade nel vuoto: «La scelta di Conte come premier per noi è indiscutibile», ha detto Vito Crimi subito dopo l’incontro con Fico. «Cronoprogramma dettagliato in temi e tempi» è, invece, il mantra che sarà ripetuto anche dalle altre delegazioni. Il primo vero attrito di giornata, però, lo causa proprio la posizione dei 5 stelle sul Mes: «Abbiamo chiesto che siano accantonati alcuni temi strumentali e divisivi. Deve essere tolto dall’agenda».


Le consultazioni partono in salita, perché il Mes è proprio uno dei temi cari ai renziani e che hanno portato alla crisi di governo. Dopo i 5 Stelle, è entrata alla Camera la delegazione del Pd. Il segretario Nicola Zingaretti ha anticipato addirittura Crimi nella richiesta dell’incarico a Giuseppe Conte. Poche ore prima dell’inizio delle consultazioni, il segretario aveva indicato l’avvocato come «la sola personalità capace di raccogliere i consensi necessari». Alla Camera, poi, i Dem hanno portato un elenco di punti programmatici, tra cui la riforma della giustizia e della legge elettorale in senso proporzionale, da sottoporre agli altri membri della maggioranza.

I due principali partiti della maggioranza si sono stretti ancora una volta intorno a Conte. Italia viva, invece, entrata a Montecitorio verso le 18.30, non ha fatto un nome per Palazzo Chigi. «Non abbiamo discusso di nomi, sono importanti ma arrivano alla fine», ha glissato Matteo Renzi. Per un attacco risparmiato a Conte, però, ce n’è un altro che non è passato sotto traccia: «Non servono interventi stravaganti sui vaccini, non servono “primule”, come non servivano i banchi a rotelle». E la primula che Italia viva vorrebbe vedere spiantata si chiama Domenico Arcuri.

I ministri in bilico

Se Renzi, benché ne rilevi l’importanza, parrebbe addirittura aprire a una discussione sul Mes con i 5 Stelle, è tranchant sulla gestione dei vaccini e sulla scuola. Pretende che Arcuri sia depotenziato e non abbia, in quanto commissario per l’emergenza Coronavirus, le competenze su tutto. Nella trattativa che si svolge lontana dai microfoni, sembrerebbe anche che Renzi chieda che lascino i propri ministeri Alfonso Bonafede, Roberto Gualtieri e Lucia Azzolina. Qualcuno la chiama discontinuità, qualcun altro ricatto, ma è la posta che il senatore di Rignano avrebbe messo sul piatto per fornire il suo supporto a un Conte ter.

La mossa del cavallo di Renzi, o la spada di Damocle se la si guarda dal punto di vista di Pd e 5 Stelle, è il governo istituzionale. Soluzione che Italia viva continua a ventilare, non come prediletta, ma possibile. Allora la maggioranza si allargherebbe al centrodestra e i compromessi, già arditi con queste forze parlamentari in gioco, pregiudicherebbero ancor di più la leadership grillina e dei Dem. La trattativa resta in salita e il pallino del gioco è tutto nelle mani di Renzi: fino a che punto tirerà la corda e fino a che punto, pur di salvare Conte, 5 Stelle e Pd saranno disposti a cedere quote di potere?

I piani scompaginati

La crisi di governo ha preso una piega che innervosisce il Nazareno. Con il mandato esplorativo affidato a Fico sono saltati i piani del Pd: i vertici avevano insistito con il Quirinale per far avere il pre-incarico a Conte perché l’avvocato pugliese non è soltanto «il punto più alto di equilibrio tra le forze di maggioranza», come dicono. È, piuttosto, un usato sicuro per continuare a governare senza particolari problemi e ribaltamenti di potere: è ai 5 Stelle che spetterebbe, in quanto forza maggiormente rappresentata in Parlamento, proporre eventualmente un altro nome per la presidenza del Consiglio.

Con Conte, tra l’altro molto propenso ad ascoltare i consigli di Goffredo Bettini, il Pd continuerebbe a esercitare l’influenza di quest’ultimo anno e mezzo di legislatura. Più passa il tempo, più si affacciano alla finestra del Quirinale altre ipotesi, tra cui quella temuta di un governo istituzionale. Il dubbio che Italia viva stia ordendo un piano per non far tornare l’avvocato a Palazzo Chigi si insinua al Nazareno: che senso avrebbe avuto passare dalla mediazione di Fico per tornare a Conte, quando si sarebbe potuto saltare questo passaggio e avviare la discussione sui temi dopo aver affidato il pre-incarico al presidente del Consiglio uscente?

Mentre il Pd si spazientisce, il Movimento 5 stelle si scompone. I dibattistiani minacciano di lasciare il gruppo. Poi, fonti vicine a Luigi Di Maio raccontano di una sua forte delusione per il mandato esplorativo a Fico: il ministro degli Esteri non ha dimenticato le liti che ci sono state tra loro. «Ma Roberto si è venduto al Pd?», disse un anno e mezzo fa. Il timore è che, con la palla nelle mani di Fico, la sua influenza si eclissi.

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