Coronavirus, la Regione Lombardia chiama ma le farmacie non rispondono: aderiscono ai test rapidi meno del 40%. E ora si teme per l’accordo vaccini

Le sedi territoriali di Federfarma e Assofarm hanno registrato percentuali di adesione minime. «Da Ats e Regione poca chiarezza sull’organizzazione, dovevano essere prove generali per i vaccini»

Il banco di prova per il piano sanitario della Regione Lombardia oggi arriva anche dalle farmacie, punti di assistenza sempre più necessari per l’aiuto capillare nella lotta al virus. Chiamate a rispondere al richiamo della Regione sull’esecuzione dei tamponi rapidi per i cittadini, i centri di assistenza e distribuzione farmacologica sembrano aver rifiutato in gran numero. I primi dati raccolti nell’ultimo giorno disponibile per esprimere le adesioni parlano di percentuali che non superano il 40%. È Assofarm, uno dei tre enti firmatari dell’accordo con Regione Lombardia, a riferire la cifra registrata quasi al termine del tempo di candidatura.


Indagando sui “sì” arrivati nelle sedi territoriali di Federfarma, si incontrano percentuali del 16,5% come nel caso della provincia di Varese. «40 adesioni su 246», fanno sapere dalla sede, impegnata nel primo conteggio delle adesioni arrivate. Alla richiesta di cifre orientative risponde anche Bergamo: 90 farmacie su 300, «un basso 30%», spiega Gianni Petrosillo, presidente di Federfarma Bergamo. «C’è poca fiducia sulle indicazioni che finora sono state date dalla Regione, non è chiaro quale sia la modalità di comunicazione con Ats, così come ci sono incertezze sui luoghi da adibire all’esecuzione dei test».

Durante i giorni di completo ritorno in zona gialla della Regione, e di un timore per i possibili passi indietro sui contagi, quei luoghi – che secondo quanto annunciato dallo stesso viceministro Sileri saranno chiamati tra non molto anche a vaccinare – sembrano non rispondere come dovrebbero alla prova generale dei test rapidi. Solo due settimane fa la giunta aveva siglato un ulteriore accordo con le stesse farmacie per le vaccinazioni anti-Covid con un compenso di 6 euro a dose e un impegno diretto nella somministrazione da parte degli stessi farmacisti «dopo appositi corsi di formazione».

Ma la risposta sui test antigenici sembra creare timori anche per i progetti futuri. La Regione è ancora in attesa del dato definitivo ma le sedi territoriali non sembrano aspettarsi grosse sorprese. «È un problema che non riguarda solo la Lombardia» continua Petrosillo, «nel Lazio, che ha cominciato molto prima, erano state 400 su 1.500 le farmacie partecipanti. Si spera che l’effetto domino possa convincere anche altre realtà a rispondere al servizio».

Avvertite già dallo scorso dicembre con il documento regionale sulle «indicazioni per l’esecuzione dei cosiddetti tamponi rapidi», le farmacie di comunità della Lombardia avevano assistito lo scorso 2 febbraio all’accordo ufficiale tra Regione, Assofarm, Federfarma e la Federazione regionale dell’Ordine dei farmacisti. A partire dalla data di intesa i singoli farmacisti avrebbero avuto una settimana per aderire al servizio.

Riaperture e rischio contagi: ma il test rapido non sarà per tutti

Insieme alla decisione della Regione di mettere in campo le farmacie di comunità per riuscire a tracciare i possibili casi di Covid-19, c’è anche quella di avere completa libertà di decisione sulle persone a cui rivolgere il servizio. Il test rapido non solo non sarà presente in tutte le farmacie della regione ma inoltre non sarà per tutti. A breve verrà comunicata la sola fascia d’età alla quale si rivolge, categoria che potrà accedere al servizio «tramite prenotazione sul sito della Regione Lombardia o con una app o in farmacia tramite la piattaforma PDL-SISS». Il tempo di arrivo tra una persona e l’altra dovrà essere deciso dalle farmacie stesse a seconda dei minuti che occorrono per sanificare l’ambiente, con l’unico divieto di file d’attesa.

Ed è proprio il luogo un altro dei punti più discussi: nelle prime indicazioni c’era la necessità di utilizzare spazi esterni alla farmacia, che le singole amministrazioni avrebbero dovuto nella maggior parte dei casi aiutare a procurare. Poi la scelta di eseguire i test all’interno ma in una zona ben lontana dal punto vendita, «il più possibile priva di superfici ad alta frequenza di contatto», con operatore sanitario esclusivamente adibito al servizio. Il testo indica a tutte le farmacie con superficie di 40 mq di doversi attrezzare con entrata e uscita differenti. In caso di spazi più piccoli potrà essere accolta una persona alla volta con un massimo di 2 operatori in totale all’interno.

In alternativa, l’opzione data sarebbe quella di eseguire i tamponi a farmacia completamente chiusa al pubblico. Sul fronte dei costi, nella maggior parte dei casi il test antigenico potrà essere eseguito a titolo gratuito. L’Ats incaricata della consegna dei test provvederà infatti a remunerare i centri con una quota pari a circa 12 euro per tampone. In caso di positività, il farmacista dovrà mettersi in contatto, attraverso modalità ancora non chiare in Regione, con Ats per segnalare il risultato, a cui dovrà seguire necessariamente un tampone molecolare entro le prime 12 ore.

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