Allarme varianti, Bassetti: «Lockdown totale? Una misura barbara. I colori per le regioni funzionano» – L’intervista

L’infettivologo del San Martino di Genova invita la cabina di regia a non prendere decisioni uniche per tutto il Paese: «Stazioni di sci e scuole non vanno chiuse dove non c’è bisogno. Non ha senso»

«Abbiamo scoperto di avere il 20% di variante “inglese” quando potevamo scoprirlo tre mesi prima analizzando il virus nei laboratori. Ora la chiamiamo “inglese” e ci spaventiamo ma non escluderei che all’inizio non fosse stata una variante milanese, brianzola o bergamasca. Quello che è successo a Milano tra ottobre e novembre con una prevalenza paurosa di casi probabilmente poteva essere già legato a una situazione di mutazione». Il professor Bassetti intervistato da Open comincia così il suo commento a caldo sulla notizia di un’azione urgente contro la variante “inglese” che ora spaventa il Paese.


Professore, la soluzione di un lockdown duro in tutto il Paese che Walter Ricciardi proporrà al ministro Speranza è davvero l’unica strada che ci rimane?

«No. Sono convinto che un lockdown nazionale sia una misura barbara: mette sullo stesso piano situazioni molto differenti non considerando una soluzione più mirata al problema. È bene ribadire che la variante “inglese” non uccide di più né si mostra più resistente ai farmaci, ha esclusivamente una potenza maggiore di contagiosità. Per questa ragione la strada giusta da percorrere è quella di chiusure estremamente localizzate e soprattutto rapide».

Dobbiamo quindi andare avanti con la strategia dei colori? Può funzionare anche con le varianti?

«Guardiamo cosa è successo in Liguria, oggi si trova in una zona arancione senza senso, con un’area di Genova che ha un Rt di poco superiore a 0,8. La decisione è stata presa per quello che è successo nell’area di Sanremo : lì si sarebbe dovuta prevedere una zona rossa circoscritta, senza coinvolgere l’intero territorio. Il sistema a colori non solo a livello regionale ma anche e soprattutto provinciale e locale è quello che ora può funzionare meglio anche per combattere le varianti. Il nodo è la rapidità. I dati che ogni volta vengono diffusi riguardano i 10 giorni prima, in questo modo si finisce per fare interventi pressoché inutili».

Difficile avere un report nazionale in tempo reale …

«Per questo dico che le decisioni fisse prese da una cabina di regia non reggono più. Bisogna fidarsi di più di quello che viene fornito dalle Regioni e lasciare che agiscano con azioni contestualizzate ai problemi di ogni territorio. Poi si prevederanno controlli periodici delle strategie locali e dei dati forniti, ma l’idea dell’unica decisione per tutti non è più percorribile. E questo varrà ancora di più con le varianti “brasiliana” e “sudafricana”, più pericolose dell'”inglese” dal punto di vista dell’indebolimento del sistema immunitario».

Il Cts ha messo un freno alle riaperture delle stazioni sciistiche. «Non ci sono le condizioni». Anche su questo non è d’accordo?

«Anche in questo caso serve dosare. La chiusura per tutti gli impianti non avrebbe senso semplicemente perché non tutte le zone sono nella stessa condizione epidemiologica. La Valle d’Aosta ha dei dati che quasi la avvicinano alla zona bianca: è evidente che lì con tutte le misure di protezione che conosciamo si potrebbe riaprire. In quanto al Cts, credo sia arrivato il momento di non scimmiottare più gli esempi che ci arrivano dall’estero ma di avere fiducia sui nostri esperti. Su questo mi aspetto un cambio: vedere un Comitato tecnico scientifico in cui non c’è un professore di malattie infettive o di virologia stride ancora molto».

I focolai nelle scuole continuano e l’ipotesi è quella di chiudere anche quelle. Che rischi stiamo correndo sul fronte dei contagi nei bambini?

«Credo che di tutti i rischi che possiamo prenderci, quello per cui vale la pena più di tutti è la scuola. Avevamo detto che una volta riaperta non l’avremmo più chiusa, sarebbe anacronistico passare alla dad dopo solo 2 settimane di ritorno in presenza al 50%. Se ci sono situazioni che non vanno anche qui occorre intervenire limitatamente alle zone problematiche. Abolire la misura unica deve essere il primo segnale del cambio di passo».

Cita spesso questo cambio di passo, il riferimento è al nuovo governo?

«Certo, e ammetto di essere stato piuttosto entusiasta del cambio. Oggi non lo sono più. Sulla Sanità mi pare sia rimasto tutto uguale, a partire dal ministro Speranza. Spero che nei prossimi giorni ci sia qualche segnale di cambiamento».

Manca la decisione sul commissario Arcuri

«Esattamente, per questo rimango in attesa. Per ora Speranza è stato promosso a pieni voti come se la valutazione della gestione della pandemia sia stata più che positiva. La sensazione evidentemente è che sia andato tutto bene. La mia percezione è opposta. Quanti ultra 80enni abbiamo vaccinato? Praticamente nessuno. Arriviamo alla terza ondata con gli anziani esattamente nelle stesse condizioni della prima e della seconda. Facciamoci delle domande. E cominciamo anche a dire chiaramente che se non siamo arrivati almeno al 50% di over 80 immunizzati non è soltanto perché non ci sono i vaccini».

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