Il film che immagina la fine dell’Ue. Parla il regista Squillacciotti: «Ho indagato la crisi d’identità europea»

«What has left since we have left» riflette sul presente dell’Europa e sul suo futuro, a partire dalla scelta della location: la sala olandese che ospitò la firma del trattato di Maastricht

Non c’è luogo forse più evocativo e simbolico per l’Unione europea della sala olandese che il 7 febbraio 1992 ospitò la firma del trattato di Maastricht e del testo costitutivo dell’Ue. Quarant’anni dopo, nel 2032, è la stessa sala a ospitare la fine definitiva dell’Unione attraverso l’incontro di Tre Paesi, gli unici tre Paesi rimasti, in quella che appare come una terapia di gruppo. Con il film What has left since we have left, il regista e artista italiano Giulio Squillacciotti inquadra, ma senza la pretesa di spiegarla, la crisi d’identità europea. Nel film i tre personaggi, due donne e un uomo, vengono aiutati da una interprete a sviscerare i loro sentimenti e i loro problemi personali che nel corso dei monologhi diventano un’allegoria dei problemi che attraversano l’Unione europea.


L’interprete, che assume il ruolo di una terapista, aiuta i tre protagonisti a capirsi, ad accorciare le distanze amplificate da una sala vuota. Tra divorzi, affidi, le scelte dei protagonisti diventano le scelte immaginarie dell’Europa del 2032. Il film, prodotto da Careof Milano in co-produzione con Kingswood Films (NL) e realizzato con il finanziamento dell’Italian Council (I) e del Limburg Film Fonds (NL), sarà presentato online live dall’auditorium del Louvre il prossimo 26 Febbraio. Squillacciotti, che da anni vive tra l’Olanda e Milano, dopo aver risieduto per studio anche a Barcellona e Venezia, e il cui lavoro si basa sull’indagine di narrative possibili, sulla mutazione delle tradizioni, ha iniziato a pensare al cortometraggio nel 2019. Non c’era l’intenzione «di mandare alcun messaggio, o di esorcizzare un problema così da poterlo superare», afferma a Open lo stesso Squillacciotti.

Perché dunque parlare oggi di Europa?

«Nel 2020 vivevo in Olanda, proprio a Maastricht. Nel mio lavoro mi è sempre interessata un’idea di identità collettiva e individuale non necessariamente ascrivibile a una nazione o a un gruppo riconosciuto politicamente. Fin dagli anni ’80, quando abitavo a Roma, c’era in qualche modo una spinta verso l’Europa, senza mai capire bene che cosa volesse dire essere europei. Come artista mi è sempre interessato costruire narrative possibili e impossibili, e vivendo proprio in Olanda volevo speculare sul futuro dell’Europa, non in un’accezione cronachistica, ma di pura finzione».

Da dove nasce l’idea della messa in scena all’interno della sala di Maastricht?

«Ho preso spunto dal momento storico in cui ci troviamo. Il sud dell’Europa è sempre fortemente biasimato dai Paesi frugali e, vivendo in Olanda, mi sentivo più europeo degli olandesi. Molto prima del Coronavirus, vedendo questa sala, ho pensato che sarebbe stato interessante far incontrare gli ultimi tre Paesi. Speculare sulla fine dell’Ue attraverso tre persone che parlano solo di problemi personali come allegoria di problemi europei. Erano mesi in cui la Brexit incalzava e la crisi dei migranti era ancora al centro del dibattito».

Una sola attrice per interpretare tre personaggi.

«Ho visto l’ambientazione un po’ come un Canto di Natale dove l’Europa deve fare i conti con il passato, il presente e il futuro. E quella sala è anche un po’ un manicomio, nel senso che l’attrice deve interpretare tre persone in quello che poi diventa un triplicamento della personalità».

Ha più volte detto che non c’era intenzione di mandare alcun messaggio. Però dal film emerge una crisi di identità europea che possiamo ritrovare anche oggi…

«In realtà, con la pandemia, e la crisi tra i Paesi del Sud Europa e quelli del Nord, mi sono ritrovato nel momento esatto per raccontare quello che stava succedendo. E semplicemente volevo raccontarlo con formule alternative, con la finzione e senza elementi documentaristici. La speculazione sulla fine dell’Ue si stava in qualche modo trasformando in realtà, insomma stava succedendo davvero. Nella sala i tre protagonisti sono cosi distanti tra loro che sono praticamente costretti ad urlare per capirsi. Ma allo stesso tempo, visto il periodo in cui l’abbiamo girato, rispecchiava anche il distanziamento necessario dato dalla pandemia».

Quanto si è fatto ispirare dalla sua esperienza personale nel mettere al centro del film il ruolo di un interprete che, diventando analista, deve riuscire a far dialogare visioni diverse?

«Sicuramente le lingue straniere mi sono sempre interessate; così come l’idea della lingua come trasmissione di una identità. Quando ho vissuto in Catalogna ho imparato il catalano perché è un passaporto identitario anche chi viene da fuori. In Olanda, invece, l’identità, secondo la mia lettura, non passa per la lingua. Sono sempre stato attratto alle reinvenzioni delle traduzioni, a come le questioni – se spostate da un contesto a un altro – diventano altro. Nella storia europea la traduzione è stata fondamentale per i grandi processi, come quello dell’Aja sui crimini di guerra nei Balcani, o quello di Norimberga. Ma quando traduci devi farlo con distacco, senza mettere te stesso. Nel film questo concetto viene capovolto».

Perché quando parli di questo lavoro citi spesso i fantasmi?

«Al di là di quello che può succedere in futuro, come per esempio con la Brexit, l’idea dell’interprete inglese è quella di un fantasma che ti fa ricordare quello che eri. Mi divertiva che la sala fosse vuota, e che i fantasmi dell’Europa continuassero a infestarla. Come ho detto, non è mia intenzione mandare un messaggio: il film è un esercizio narrativo e sta allo spettatore, se vuole, trovare un messaggio. Lo accompagno fino alla porta d’ingresso di questa sala e poi ognuno tira le sue conclusioni».

Hai voluto portare sullo schermo una identità unitaria fittizia. Ma cos’è per te l’identità europea?

«Durante i primi mesi della pandemia, e fino a un certo momento, devo dire che vedevo tutto nero, e non sentivo questa appartenenza europea…Faccio fatica anche a capire che cosa significhi essere europeisti visto che, alla luce di questi fatti, forse ci troviamo davanti a una unità più annunciata che reale. Credo che la definizione di identità europea parta necessariamente da una negazione: siamo europei perché non siamo americani. Più che di identità, si tratta di affinità».

Video copertina: estratto del film

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