Coronavirus, Lombardia a rischio arancione. Gori: «I nuovi focolai? A scuola. Allerta su Brescia e Varese» – L’intervista

Il direttore del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Milano commenta la situazione negli ospedali lombardi e il nuovo piano vaccinale della regione

Nessuna tregua per la Lombardia, dove la curva epidemica ha visto un nuovo incremento sostanziale dei contagi. La situazione nella città di Milano è stata definita «preoccupante». L’indice Rt è in costante crescita – e sopra la soglia critica di 1 – da diversi giorni e in alcune province lo scenario sembra far presagire una nuova ondata. Solo ieri, 25 febbraio, la Regione ha conteggiato più di 4 mila nuovi casi di positività al Coronavirus. Non cala il numero relativo alle terapie intensive – i ricoverati in reparto erano più di 400 – tanto che all’ospedale Sacco di Milano stanno incrementando i posti letto.


Ma il dato più allarmante è quello delle scuole: lì, in una settimana «l’aumento dei casi è stato del 33%», ha spiegato il direttore generale dell’Ats Milano Walter Bergamaschi. Nonostante i dati, la pressione sugli ospedali «non può essere considerata ancora al limite, anzi, tutt’altro», dice Andrea Gori, direttore del reparto di Malattie infettive del Policlinico di Milano.

Il professore e direttore del reparto di Malattie infettive al Policlinico di Milano Andrea Gori

Professore, qual è la situazione sanitaria della Regione Lombardia?

«Dobbiamo sempre dividere quello che è il quadro di diffusione dell’infezione di natura asintomatica rispetto a quella che è la pressione sugli ospedali. In questo momento la situazione di pressione sui pronto soccorso e in ospedale – quindi parliamo di persone affette da patologie gravi – è tranquilla: abbiamo pochissimi casi».

Ma i numeri sembrano dire il contrario…

«Il problema lo abbiamo circoscritto ad alcune aree geografiche. L’incremento dei numero dei casi è legato alle varianti. Quella inglese è diffusa al 30%, in alcune aree – come nel bresciano – anche al 65%. Questo rende conto dell’incremento sostanziale del numero dei casi».

Quindi secondo lei è una situazione contenuta?

«Varese e Brescia registrano numeri davvero molto alti: tolte queste due città sì, la situazione è contenuta. Brescia ha le caratteristiche di una terza ondata».

Pensa che il nodo delle varianti sarà cruciale?

«Sappiamo che la variante inglese ha un di indice contagiosità molto maggiore, ma non c’è un correlato rispetto alla gravità dell’infezione. Non c’è un dato che ci dice che è una variante più grave. Questo è da tenere a mente».

Cos’è fondamentale, ora?

«Quello che conta è che le persone non si ammalino in forma grave, che non arrivino quindi in ospedale e poi muoiano. Se una persona resta isolata a casa con 37.2 di febbre, possiamo anche tollerarlo».

Sono aumentati i bambini che contraggono la malattia?

«Certo, perché le scuole sono aperte. Prima stavano in casa, adesso sono in classe. Ma non è che il virus attacca di più i bambini: il dato che abbiamo viene fuori dalla riapertura degli istituti. A Brescia, Bollate e Milano molti dei focolai sono proprio scolastici».

Che tipo di pazienti vede questa volta?

«Gli stessi delle ondate precedenti, non ci sono grandi cambiamenti».

A proposito del nuovo piano vaccinale presentato in Regione, crede funzionerà l’idea di dirottare parte delle forniture nelle zone più a rischio?

«Bisognerà vedere l’evolversi dei focolai nelle zone a rischio: questo tipo di metodo ha senso se il focolaio è circoscritto. In caso contrario, un progetto simile non avrebbe più valore».

L’idea quindi la convince?

«L’idea di circoscrivere una zona e associare una vaccinazione di massa ha sicuramente del potenziale. E la circolazione del virus potrebbe essere controllata».

Questo piano avrà un reale impatto sulla sanità lombarda?

«Dipenderà da quante dosi di vaccino riusciremo a recuperare e da come verrà gestita la politica dei richiami».

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