Blocco dell’export di AstraZeneca. «Probabile effetto domino. Il rischio è trovarci senza ingredienti per produrre il vaccino» – L’intervista

Bernd Lange, presidente della Commissione Ue sul commercio internazionale, commenta la decisione del governo Draghi di bloccare l’esportazione di 250mila dosi di vaccino verso l’Australia

Per il New York Times l’Italia è «disperata». Il riferimento è alla decisione – presa dal governo Draghi in accordo con la Commissione europea – di bloccare l’esportazione di circa 250 mila dosi del vaccino di AstraZeneca verso l’Australia come risposta alle inadempienze dell’azienda anglo-svedese nella fornitura delle dosi del vaccino anti-Coronavirus, decisione che ha fatto alzare qualche sopracciglio tra chi teme che possa dare inizio a una nuova stagione di protezionismo vaccinale, rallentando ulteriormente la produzione, distribuzione e somministrazione dei vaccini.


«Le dosi bloccate verranno distribuite ai 27 Stati membri. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che se introduciamo divieti di esportazione, altri Paesi potrebbero fare altrettanto» dichiara a Open Bernd Lange, eurodeputato nel gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo e presidente della Commissione sul commercio internazionale.

«La produzione di vaccini è un esercizio molto complesso e un’azione del genere potrebbe portare altri Paesi, dai quali dipendiamo per ingredienti e forniture specifiche a fare lo stesso – aggiunge -. Può portare a un effetto domino e a un certo punto potremmo non essere più in grado di ottenere tutti gli ingredienti o i prodotti per produrre i vaccini. Quindi, a lungo termine, l’Ue potrebbe spararsi sui piedi».

Il problema delle forniture dai Paesi extra-Ue

Il problema è reale perché una parte delle dosi che arrivano in Italia passa da Paesi e stabilimenti extra europei. A partire dagli Stati Uniti e il Regno Unito che, come ha ricordato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen recentemente, hanno meccanismi che permettono di bloccare le esportazioni dei vaccini anti-Covid. Come hanno spiegato gli amministratori delegati delle principali aziende produttrici in una recente audizione al Parlamento europeo, tutti hanno faticato a costruire una rete di produzione in Europa – come Moderna, per esempio, che un anno fa non avevano nemmeno uno stabilimento – e per farlo si sono dovuti appoggiare a vari partner locali.

Ma quante dosi del vaccino vengono prodotte all’estero e in quali Paesi? Come spiegano da Farmindustria, si tratta di dati di dominio delle singole aziende farmaceutiche. Fonti della Commissione europea dicono altrettanto: queste informazioni non sono ancora state rese pubbliche a livello centrale. Non è facile sapere dunque dove e in che percentuali i vaccini vengano prodotti in Paesi extra-Ue che potrebbero bloccare la fornitura verso l’estero nel caso di ritardi o inadempienze come ha fatto l’Italia con AstraZeneca. Il rischio non riguarda solo i Paesi produttori di vaccini, ma anche delle materie prime che vengono utilizzate nei vaccini.

Il blocco americano e il Serum Institute in India

È il caso del Serum Institute indiano, il produttore di vaccini più grande al mondo su cui AstraZeneca potrebbe fare affidamento anche per produrre le dosi che spettano ai Paesi europei, se la Commissione e l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) saranno d’accordo. Intervenendo a un panel dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’amministratore delegato dell’azienda ha detto chiaramente che il divieto sulle esportazioni degli “ingredienti”, ovvero delle materie prime usate per sviluppare il vaccino, applicato dal governo degli Stati Uniti questa settimana per facilitare la collaborazione tra due compagnie farmaceutiche – Merck&Co e Johnson&Johnson – sempre nell’ambito della produzione dei vaccini anti-Covid, potrebbe limitare la propria produzione. Sarebbe un problema, visto che oltre ad AstraZeneca anche Novavax, tra i vaccini attualmente al vaglio dell’Ema, si appoggia a loro.

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