Stadi di calcio più moderni? Una soluzione arriva dal Recovery Plan

I fondi stanziati dal Next Generation EU potrebbero contribuire all’ammodernamento degli impianti sportivi italiani, ma per farlo servirebbe un meccanismo di partenariato pubblico privato e una semplificazione della legge Stadi

L’impiantistica sportiva italiana è obsoleta rispetto a quella del resto d’Europa in termini di sicurezza, fruibilità e redditività. Inutile tentare di sostenere che l’impatto e la rilevanza – in negativo – di questa situazione debbano essere analizzati e affrontati a prescindere dall’ambito sportivo. Il mondo del calcio ha una importanza economica e sociale nel nostro Paese che non ha paragoni con altri settori sportivi (circa 18 MLD di euro di ricavi generati nella stagione 2017/2018 pari a circa l’1% del PIL nazionale) e che è sicuramente influenzata in misura maggiore rispetto ad altri dalla inadeguatezza degli stadi.


È naturale quindi che le iniziative volte a favorire l’ammodernamento dell’impiantistica sportiva riguardino, innanzitutto, gli stadi di calcio.  Ebbene, negli ultimi dieci anni diversi sono stati i tentativi di realizzare strutture al passo con i tempi che, salvi rari casi, hanno registrato altrettanti sonori fallimenti. È solo di poche settimane fa la rinuncia ufficiale da parte dell’A.S. Roma al progetto di Tor di Valle, funestato, per oltre sette anni, da inchieste giudiziarie e scelte amministrative discutibili.

L’esito rappresenta, al di là di distorsioni dovute a fattori esogeni, il plastico fallimento del tentativo del legislatore di assicurare un iter autorizzativo rapido a progetti di realizzazione di nuovi impianti o di ammodernamento di strutture già esistenti. A partire dal 2013, infatti, con la c.d. Legge Stadi (tre commi della Legge di stabilità 2014 poi modificati nel 2017), si è tentato di dare risposta alle istanze provenienti, innanzitutto, da un movimento calcistico in crisi di competitività rispetto ai principali campionati calcistici europei. 

La risposta, tuttavia, è stata evidentemente inadeguata. L’urgenza delle istanze è stata, pertanto, raccolta recentemente dai vertici delle istituzioni sportive italiane, CONI, FIGC e Lega di Serie A, che il 19 dicembre 2020 hanno indirizzato una lettera congiunta all’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ed ai Ministri Gualtieri, Spadafora e Franceschini, contenente diverse proposte di modifica della Legge Stadi volte a semplificare radicalmente l’iter autorizzativo previsto per l’ammodernamento delle “case per i nostri tifosi”. Non la richiesta di fondi economici, quindi, ma la proposta di interventi normativi ad hoc.

Complice la crisi politica che ha portato alla nascita del governo Draghi, tuttavia, l’appello congiunto non ha sortito alcun effetto. Ed è per questo che gli stessi vertici, lo scorso 10 marzo, sono tornati a scrivere al nuovo premier non solo per rinnovare la richiesta di semplificazione dell’iter approvativo ma anche per trovare, questa volta, un riconoscimento specifico dell’impiantistica sportiva nell’allocazione dei fondi previsti dal c.d. Recovery Plan in corso di definizione. Riconoscimento ulteriore, evidentemente, rispetto a quello avuto nel PNRR presentato al Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2021 nel settore “Sport e periferie”. 

Aver spostato l’attenzione sulle risorse economiche, tuttavia, è un elemento che deve catturare l’attenzione di chi ha a cuore il tema in questione con un pizzico di preoccupazione. Se si considera che nella stragrande maggioranza dei casi gli impianti sportivi italiani sono di proprietà pubblica, infatti, il pericolo è che il finanziamento del loro ammodernamento attraverso i fondi provenienti dal Next Generation EU possa tradursi in una vasta campagna di interventi pilotati dall’alto, senza un coinvolgimento diretto delle società sportive utilizzatrici degli impianti.

Condivisibile, quindi, l’obiettivo di una semplificazione della Legge Stadi, correttamente ispirata dal meccanismo del partenariato pubblico privato, evitando, tuttavia, di finanziare pubblicamente interventi che non abbiano alla base un progetto seriamente concertato tra proprietà ed utilizzatore.

Foto copertina / Ansa

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