Israele esce dal lockdown e torna alle urne. Netanyahu (sotto processo per corruzione) si gioca tutto

Oggi si tengono le quarte elezioni in due anni. Per vincere il leader del Likud e attuale premier, in vantaggio nei sondaggi, si affida alla destra sionista e alla campagna vaccinale contro il Coronavirus

Israele riapre dopo il lockdown e va a nuove elezioni. Quelle che si sono aperte oggi, 23 marzo, sono le quarte in due anni e al centro c’è sempre lui, Benjamin Netanyahu, al potere dal 2009, che si ricandida alla carica più alta del Paese nonostante sia attualmente sotto processo per corruzione. Secondo gli ultimi sondaggi il suo partito, Likud, dovrebbe arrivare primo ma senza ottenere la maggioranza di seggi al Knesset, il parlamento israeliano, neppure con il sostegno degli alleati ultra-ortodossi di Shas e Giudaismo Unito nella Torah. L’ago della bilancia questa volta non è più Benny Gantz, l’ex capo di Stato maggiore sceso in campo nel 2019, i cui consensi sono crollati dopo la sua decisione di allearsi con lo sfidante Netanyahu per formare una sorta di governo di unità nazionale in tempi di pandemia, bensì il partito sionista di destra, Yamina, guidato da un ex ministro del governo Netanyahu oltre che ex membro del suo partito, Naftali Bennett.


Il ruolo degli ultra-ortodossi e del “rottamatore” Bennett

Bennett, di cui si parla come possibile successore di Netanyahu da circa un anno, si è presentato prima come salvatore della patria durante i mesi più difficili della epidemia di Coronavirus – aveva pubblicato un libro intitolato «Come battere un’epidemia» – e poi come “rottamatore”, amichevole ma comunque critico nei confronti del premier. Nei giorni scorsi in un comizio ha ringraziato Netanyahu per aver «contribuito moltissimo» e poi ha aggiunto che «dopo 33 anni, la sua catena si è un po’ arrugginita e per questo è arrivato il momento di aggiungere un nuovo anello». Il suo partito, vicino ai coloni e contrario all’esistenza di uno Stato palestinese, per certi versi è un alleato naturale dei partiti ultra-ortodossi guidati da due ministri dell’attuale governo che appoggiano Netanyahu, tendenzialmente favorevoli all’annessione dei territori palestinesi.

EPA/JIM HOLLANDER | Naftali Bennet, 28 dicembre 2016

Anche Mansour Abbas, parlamentare a capo della Lista Araba Unita (Ra’am), potrebbe essere disponibile ad allearsi con Netanyahu ma il suo partito probabilmente non otterrà più di quattro seggi, ovvero meno della metà di quelli di Bennett. Il blocco anti-Netanyahu invece è guidato dal partito centrista e laico Yesh Atid del giornalista Yair Lapid, che dovrebbe riuscire ad ottenere 18 seggi, e raccoglie il partito laburista israeliano (6 seggi), il partito Nuova Speranza formato dall’ex Likud Gideon Sa’ar (9 seggi), il partito della destra nazionalista Israel Beitenu, letteralmente «Israele casa nostra» (7 seggi), il partito di Benny Gantz (4 seggi, ne aveva vinti 33 nelle scorse elezioni), i socialdemocratici di Meretz (4 seggi) e una coalizione composta principalmente da partiti arabi.

Un voto frammentato che si articola in due blocchi – uno pro e uno contro Netanyahu – che garantiscono un’unica certezza: al di là delle vicissitudini dei singoli partiti, come quello di Gantz, la pandemia non ha cambiato di molto l’orientamento del voto in Israele. Nelle elezioni del 2020 il partito di Netanyahu era arrivato primo, con il 29% del voto e 36 seggi, ma non era riuscito a superare la soglia dei 60 seggi nonostante l’appoggio degli alleati ultra-ortodossi. La stessa dinamica si è ripetuta sia nelle elezioni di aprile 2019 sia in quelle di settembre 2019, quando Netanyahu e Gantz avevano ottenuto lo stesso numero di seggi, ma non potevano fare affidamento su una maggioranza di governo solida.

EPA/ABIR SULTAN | Gerusalemme, 9 marzo 2021

Vaccini e riaperture per far dimenticare gli errori del governo

Nonostante la pandemia non abbia modificato in modo significativo l’orientamento di voto dei cittadini israeliani, Netanyahu punta tutto sulla campagna vaccinale anti-Coronavirus, che ha permesso al Paese di uscire dal lockdown e che, forse, ha fatto dimenticare agli elettori alcuni degli errori commessi nella prima fase della gestione del contagio. A maggio 2020, dopo la chiusura avvenuta durante la prima ondata, infatti, Netanyahu aveva riaperto tutto per tentare di far partire l’economia, provocando un nuovo aumento nei contagi, nuove chiusure e infine nuove proteste (ormai concluse, anche se quelle per le accuse di corruzione a suo carico vanno avanti). Non è un caso che, proprio in quel momento, Bennett abbia deciso di scrivere e pubblicare la sua guida per uscire dalla pandemia.

Ma la rivincita di Netanyahu è arrivata con i vaccini. Grazie agli acquisti fatti in anticipo (e a un prezzo superiore) rispetto all’Unione europea e a una sanità ben strutturata a livello territoriale, Israele è stato sempre in cima alla classifica mondiale per dosi somministrate. Attualmente, oltre la metà dei cittadini israeliani è vaccinata e più dell’80% degli over 60 ha ricevuto entrambe le dosi (circa il 90% solo la prima). Il 7 marzo i ristoranti, bar, caffè e persino gli auditorium in tutto il Paese hanno riaperto ai detentori dei nuovi green pass, i passaporti sanitari interni che spettano a tutti i cittadini di età superiore ai 16 anni già vaccinati.

In un primo momento Netanyahu aveva proposto come slogan elettorale Il Paese torna a vivere, poi bocciato dal comitato elettorale perché considerato troppo vicino alla campagna vaccinale del ministero della Salute. Allora si è dovuto accontentare degli spot elettorali che mettono a confronto i ristoranti e bar chiusi nelle città europee con i negozi pieni e i locali festosi di Tel Aviv.

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