Achille Lauro: «Quando ho iniziato nessuno mi dava un euro. Le critiche? Ho chiara la mia strada» – L’intervista

L’artista romano si racconta a Open in occasione dell’uscita di «Lauro», il suo ultimo album

Lauro De Marinis è l’inquieto. Sfugge dal qui e ora, tra nostalgia del passato e il pensiero già proiettato al suo futuro. È impenetrabile proprio perché sfuggente, tra sacre radici da custodire e fame di conoscenza, nel continuo peregrinare nel mondo dei falliti, dei fuoriluogo e dei senza rotta. E con Lauro, il suo ultimo album – sì, proprio l’ultimo, almeno per un po’ – Achille Lauro torna a liberarsi delle sovrastrutture, «della copertina giudicata dall’esterno» che tanti guai, «anche irreparabili», ha creato a tante anime sensibili. E anzi, questa volta Lauro, 31 anni, decide proprio di sabotarla da sé, questa copertina. Chiude il gioco dell’impiccato appena perso con una O rossa. Una correzione guascona, ma necessaria. È la decisione di volersi dare una seconda opportunità.


È il suo «atto di rivolta», che ne porta con sé tanti altri. Sociali e politici, come accade, in fondo, con l’arte in genere. Del resto «anche la “musica passatempo” smuove la coscienza delle persone. E anche quella è politica». Certo, «è una politica diversa. Non è propaganda: è rivolta. In un mondo da ripensare nel rispetto degli altri e dei diritti umani. Tutti». E Lauro cerca di scardinare e sabotare l’attuale, tra «nostalgia di quel che è stato e non potrà mai più essere», e il sopraggiungere di quella linea d’ombra che allontana da quel «paese di zuccherini e batoste», direbbe Conrad, che è la gioventù. 

Nel tuo album ritorna più volte il tema della solitudine. Com’è il tuo rapporto con questa condizione?

«Credo sia comune a quello di tutti. Alle volte è veramente difficile conoscere davvero se stessi, ma nella solitudine si scopre chi abbiamo veramente dentro. La vita, poi, è in parte solitudine e in parte amore. E quando parlo di amore ne parlo in tutte le possibili sfaccettature: dall’amore fisico all’amore cinico, passando per quello impossibile, quello incompatibile, così come quello tra persone che sanno di essere attratte, ma non si cercano».

Nella solitudine è emersa la tua nostalgia?

«Credo che la vita sia un percorso misterioso per tutti. Poi arriva il momento in cui ci si ferma e ci si guarda indietro: allora emergono elementi malinconici. Guardiamo a quello che è stato e che non sarà più. Io vivo questo guardando al passato, ma proiettandomi verso il futuro». 

Pensi di aver perso qualche pezzetto del Lauro passato?

«Sono sempre stato molto coerente con quello che ero. Penso che tutto sia parte di quello che siamo oggi. Perso qualcosa? Non penso. Forse però ho perso quello che perdono tutti: l’illusione del mondo leggero». 

Questo si ritrova anche nella nostalgia dell’amore adolescenziale di cui parli nell’album (in Sabato sera)?

«Forse. È il bello dell’amore adolescenziale, che è un po’ come la vita, del resto. Dopo un po’ può svanire, ucciso dall’indifferenza della maturità».

Passando a Generazione X, come vedi questa generazione?

«Con Generazione X si fa normalmente riferimento alla generazione nata a cavallo tra il ’65 il 1980. Io invece ho fatto un parallelismo con la nostra generazione, che è una generazione che non crede più nella chiesa, nel matrimonio. Ma non crede neanche nella propria generazione, né a quella precedente. Vive le dipendenze e le accetta, tipo quella della tecnologia, che ha tanti lati positivi, ma è una dipendenza a tutti gli effetti. Vede nella figura divina quello che vuole: una donna, o quello che idolatra. Dunque notavo che in fondo un po’ ci assomigliamo». 

E quando dici “E ci va bene così” è provocazione o rassegnazione?

«È una provocazione, nel senso: “Non mi interessa, ci va bene così. Siamo questo, punto”. Non ci domandiamo neanche se sia giusto o meno: è questa la nostra generazione». 

Ti rivolgi ai falliti, ai fuoriluogo e ai fuori rotta. Quanto è liberatorio?

«Chi è che ti dà del fallito? Chi è che ti dà del fuori rotta? Chi è che lo può stabilire? Chi è che può stabilire cos’è un fallimento o cos’è una vittoria? La liberazione è lasciarlo dire agli altri, ma noi siamo questo. Tutto è soggettivo». 

Come sei arrivato a questa consapevolezza? 

«Ho vissuto in mezzo alla strada, sempre sottoposto a giudizio. Ho messo sempre le mie cose in una piazza metaforica. Anche nella musica esprimere i propri sentimenti non è facile molte volte perché dimostri la tua sensibilità, o qualche tuo lato nascosto. Io sono abituato ormai, ma c’è molta gente che non è abituata e sbaglia strada a causa degli altri. E viene repressa. Molto spesso le persone non vedono il disegno che tu hai in mente, quello che può essere il tuo futuro». 

«Alla fin fine siamo sempre sottoposti a giudizio. Nel nostro mondo c’è sempre un paragone da fare. E la bellezza ha un canone, l’intelligenza ha un canone. E il giusto percorso ha un canone: devi sposarti per forza, devi avere dei figli a una certa età, devi lavorare in un certo modo. Questi giudizi portano molto spesso le persone a sbagliare e a percorrere strade sbagliate. Penso che bisognerebbe dire: “Vai, percorri la tua strada, qualunque essa sia”».

Come sono stati gli inizi della tua carriera?

«Quando ho iniziato nessuno mi dava un euro, però sentivo dentro qualcosa. Vedevo più in là. Quando ho deciso di portare Rolls Royce a Sanremo mi hanno detto che non avrebbe mai funzionato. E io invece, in qualche modo, ci vedevo qualcosa. Per questo continuo a cercare ispirazione ovunque: ascolto tutto, ma ho un’idea molto chiara di quella che è la mia strada da percorrere». 

Alcune delle cose che hai ascoltato le hai riunite nel quadro della serata finale di Sanremo. È stato un processo doloroso?

«È giusto anche che ci siano le critiche, ma la critica deve essere costruttiva. Sembrerà una banalità, ma è così. Molte persone più sensibili di me sono state davvero rovinate da questi modi di fare, fino a casi estremi. Penso si debbano dare più consigli che giudizi frutto della non conoscenza, perché molte volte guardiamo solo la copertina».

Quanto è politica la tua arte? 

«Per me l’arte in generale è politica, non nel senso di comizio. Si tratta di portare qualcosa che smuova le coscienze. E non parlo solo della mia arte, che smuove solo determinate coscienze. Anche la “musica passatempo” in qualche modo smuove la coscienza delle persone, invitandole a vivere la vita e a godersela. Anche quella è politica. È una politica diversa. Non è propaganda, è rivolta».

Se tu potessi cambiare un qualcosa del mondo attuale, quale sarebbe la prima cosa che faresti?

«Il mondo è completamente da ripensare. La prima cosa da cambiare sono gli stereotipi antichi, che ormai non hanno più senso nella nostra società. La società si evolve e noi dobbiamo prendere consapevolezza del rispetto degli altri e dei diritti umani. Tutti». 

E chi è oggi Lauro? 

«Lo stesso di sempre». 

E chi sarà Lauro domani?

«Lo stesso di sempre».

Foto in copertina: ©Leandro Manuel Emede / Goigest
Video: Goigest

Leggi anche: