Perchè Achille Lauro si è spogliato a Sanremo. E no, non è stato solo per “fare scena”

L’artista romano ha messo in scena una performance a tutto tondo, incentrata sulla spoliazione di San Francesco d’Assisi. Ma andando a fondo, Achille Lauro ha raccontato qualcosa di più

Gli indizi su San Francesco c’erano stati, l’attesa era tanta, e Achille Lauro alla sua prima esibizione al Festival di Sanremo 2020 non solo non ha deluso le aspettative dei suoi fan, ma è riuscito a sorprendere tutti.

Il cantante ha deciso di scendere le temute scale dell’Ariston scalzo e avvolto in una cappa nera finemente ricamata in trame dorate firmata da Gucci.

ANSA/ETTORE FERRARI | Achille Lauro durante la prima serata del Festival di Sanremo

Pochi secondi dopo aver iniziato l’esibizione della sua Me ne frego, e dopo aver lanciato qualche occhiatina maliziosa al pubblico presente in sala, completamente ignaro di quello che sarebbe successo da lì a poco, si è completamente denudato della preziosa mantella, per restare coperto da una tuta attillata effetto nude e ricoperta di strass.

Una mise non casuale, che fa parte in realtà di una performance a 360 gradi ispirata all’arte italiana, e ispirata dalla quinta delle 28 scene del ciclo di affreschi delle Storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi. Qui il Santo rinuncia ai propri abiti come metafora del rifiuto della propria ricchezza materiale, per votare la propria vita a qualcosa di superiore, alla solidarietà e alla fede.

La rinuncia di San Francesco ai beni terreni, quinta delle 28 scene del ciclo di affreschi delle Storie di San Francesco della Basilica Superiore di Assisi

«La storia della rinuncia di San Francesco ai beni materiali è un messaggio universale che ancora oggi risulta di grande attualità», ha spiegato Achille Lauro.

Perché di fatto, la sua performance francescana e la “maschera” scelta per la serata sanremese, non può non rimandare anche a un passo del libro Sono io Amleto, scritto dallo stesso Lauro, e più dettagliatamente al capitolo “Su la maschera”.

La “maschera” francescana di Achille Lauro

Nel libro, Achille Lauro scrive: «Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. Anche gli ambienti trap mi suscitano un certo disagio: l’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto». 

«Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza».

«Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo che sono diventato una signorina».

Achille Lauro e l’invito a liberare il proprio spirito

E in un’edizione dove le donne del Festival sono state predestinate a essere al centro dell’attenzione, e al centro spesso di attacchi per il loro aspetto fisico, per la loro professione, per le loro idee, per la loro libertà d’espressione, per la loro emancipazione, per le loro cadute e rinascite, Achille Lauro – forse involontariamente – si è posto dalla loro parte. 

Si è messo anche – metaforicamente – nei loro panni (in senso figurato e non), tra commenti sul loro look, sul loro essere troppo sexy o troppo poco sexy, troppo vestite o troppo poco vestite, troppo belle o troppo brutte, troppo magre o troppo grasse, troppo o troppo poco: tutti aspetti materiali e poco spirituali.

Achille Lauro si è messo silenziosamente dalla loro parte, e si è schierato nella lotta contro gli stereotipi di genere, così come contro la discriminazione sui generis. Il tutto non solo per le donne, ma per l’essere umano in generale, liberandosi di quel che viene percepito materialmente, fregandosene del giudizio altrui, nel nome della conquista della libertà di spirito che viene custodita – e talvolta tenuta socialmente repressa e nascosta – in ciascuna persona.

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