Cinque serate per cinque ricordi: quella volta che Tenco si suicidò

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita», diceva il suo biglietto

Stanza 219. Il corpo riverso in terra, con le gambe sotto il cassettone della stanza dell’hotel Savoy di Sanremo, la testa perforata da una pallottola, e poi un biglietto:

«Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi»

Luigi Tenco moriva all’età di 28 anni, il 27 gennaio del 1967. Il caso, seguitissimo dal pubblico dell’epoca, venne archiviato come semplice suicidio – tesi condivisa anche da famigliari e amici -, nonostante la vicenda abbia sempre portato con sé un alone di mistero, tanto da spingere molti, giornalisti compresi, a ricamare congetture e tesi complottiste.  

Nato nel Monferrato, ad Alessandria, e cresciuto a Genova, è stato uno dei più celebri esponenti della scuola genovese – di cui faceva parte anche il collega e amico Fabrizio De Andrè. Di animo inquieto, aveva cercato di staccarsi, fin dagli inizi della carriera, dalla cultura musicale tradizionale. Voleva essere all’avanguardia, voleva parlare di amore, ma anche di politica e di sentimenti umani. E poi i diritti delle donne, la guerra e i temi dell’emarginazione sociale.

La partecipazione al Festival

La sera del 26 gennaio, Tenco si era presentato sul palco dell’Ariston con il brano Ciao amore, ciao. Per paura di incappare nella censura, aveva cambiato il titolo – l’originale era Li vidi tornare, con un testo antimilitarista – e le parole erano diventate un inno d’amore per celebrare tutti gli italiani che in quegli anni emigravano in America.

Com’era consuetudine durante quegli anni di Festival, la seconda artista che si esibiva con la stessa canzone era la cantate italiana naturalizzata francese Dalida, che lo stesso Tenco giudicava essere inadatta per eseguire quel brano – aveva definito una “marcetta” il suo arrangiamento.

Ma la performance di Tenco, che aveva deciso di fare di testa sua rallentando al massimo il ritmo, tanto da mettere in difficoltà il direttore d’orchestra Gian Piero Reverberi, non aveva convinto la giuria. «Così mi rovina la canzone», aveva commentato Dalida da dietro le quinte.

Il suo canto, alterato da un mix di barbiturici e alcool – le testimonianze del tempo parlavano di grappa alle pere -, aveva ottenuto appena 38 punti su 900, facendo precipitare il brano in dodicesima posizione sul totale di sedici canzoni in gara. Ciao amore, ciao era stata eliminata, e Tenco non era riuscito ad accede alla fase finale della gara.

La speranza rimaneva il ripescaggio, ma anche lì il destino era stato infausto: La rivoluzione, interpretata da Gianni Pettenati e Gene Pitney la spuntò sul brano eseguito da Dalida e Tenco. L’eliminazione di Ciao amore, ciao venne comunicata al cantante mentre dormiva su un tavolo da biliardo.

Amareggiato, non riusciva a farsene una ragione, al contrario di Dalida che più sportivamente lo aveva invitato a brindare. Niente da fare, Tenco decise di tornarsene in hotel.

Il suicidio

La delusione e l’infelicità nei confronti del mercato musicale italiano e del pubblico sarebbero le ragioni che hanno spinto Luigi Tenco a spararsi quella notte. Sin dal primo momento, complici numerosi errori nelle indagini e poca chiarezza nei dettagli e nei rapporti della polizia, hanno cominciato a serpeggiare versioni diverse sulla dinamica dei fatti.

Dall’arma utilizzata dal cantante – che alcune testimonianze riferiscono fosse addirittura assente al momento del ritrovamento del cadavere -, a chi rinvenì il cadavere per primo – si dice sia stata Dalida verso le due del mattino, che chiamò subito l’amico Lucio Dalla.

C’è chi poi ipotizzò che Tenco si era ritrovato in un gioco più grande di lui, alludendo a una fantomatica “pista argentina”: il cantante sarebbe andato in tour in Argentina, portando con sé informazioni consegnate dalle mani di attivisti della destra eversiva, destinate ai golpisti che cercarono di rovesciare il governo argentino nel 1966.

Il revisionismo sul caso Tenco è stato nel tempo alimentato anche dalla figura di Arrigo Molinari, commissario capo della città di Sanremo che si occupava delle indagini: si scoprì che era un affiliato della loggia massonica P2 e forse membro dell’organizzazione paramilitare Gladio e questo portò a fantasticare su possibili scenari mai, di fatto, emersi.

I famigliari, invece, come molti colleghi tra cui Bruno Lauzi, Ornella Vanoni, Gino Paoli e Fabrizio De Andrè, hanno sempre ritenuto la tesi del suicidio veritiera. Lauzi stesso aveva ammesso che, sebbene non fosse depresso, in momenti di sconforto gli aveva più volte detto di volersi sparare. 

Inoltre la sera della morte era apparso stravolto anche prima di esibirsi, mentre dopo, secondo l’impresario Ezio Radaelli, «aveva lo sguardo strano di chi era già in un altro mondo».

Nel 2005 si assiste a un colpo di scena: la procura di Sanremo chiede di riesumare la salma per effettuare nuovi esami, tra cui l’autopsia. Il tentativo sembra essere un altro buco nell’acqua: il caso viene di nuovo archiviato come suicidio.

Nel 2013, poi, i giornalisti Pasquale Ragone e Nicola Guarneri scoprono che il bossolo recuperato dalla polizia non coincide con l’arma che ai tempi era in possesso di Tenco. Le indagini vengono riaperte, ma nel 2015 il caso viene ancora archiviato.

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