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Le varianti Covid più diffuse aumentano il ricovero dei più giovani? Cosa dice il recente studio Ue

Dati preliminari suggeriscono che le varianti più diffuse sarebbero associate a ospedalizzazioni anche nelle fasce sotto i 60 anni

Sta ottenendo attenzione uno studio del 22 aprile 2021 apparso sulla rivista scientifica Eurosurveillance. La ricerca sull’impatto delle varianti del nuovo Coronavirus coinvolge diversi istituti di ricerca dell’Unione europea. Riguarda i casi Covid-19 associati alle varianti di maggiore preoccupazione e di interesse (VOC e non VOC). I ricercatori rilevano in 23 mila casi (su 3,2 milioni) in sette Paesi europei, che le VOC sarebbero correlate a maggiori ospedalizzazioni, determinando maggior rischio nella fascia di età tra i 20 e 39 anni (fino tre volte maggiore rispetto ai casi non VOC). Nulla di rilevante sembra esserci invece andando a vedere i ricoveri in terapia intensiva.


«Nei gruppi di età tra 20-39 e 40-59 anni avevano, rispettivamente, probabilità di ospedalizzazione 3,0 e 2,3 volte superiori rispetto ai casi non VOC, mentre il ricovero in terapia intensiva o la morte non differiva in modo significativo in nessun gruppo di età», riporta il paper. I risultati sono relativi alla comparazione dei pazienti VOC rispetto ai non VOC, non vanno letti in assoluto. La cosiddetta «pistola fumante» che dimostri un collegamento certo tra varianti Covid e maggiore pericolosità non è stata ancora trovata.


Cosa sappiamo su varianti e interventi non farmaceutici

Da una parte abbiamo le VOC (variante inglese, sudafricana e brasiliana), dall’altra quelle ritenute interessanti e da monitorare (la più recente è quella indiana), ma che non mostrano altrettanti indizi di potenziale pericolosità e/o capacità di eludere le difese immunitarie. Le prime hanno mostrato maggiori motivi per preoccupare gli esperti, specialmente quella inglese, le seconde sono oltre un migliaio ed è molto più difficile stabilire un rapporto causale col parallelo incremento di ospedalizzazioni nei Paesi in cui vengono rilevate.

Gli esempi del Cile e dell’India sono emblematici di quanto i piani vaccinali da soli non bastino. Occorre anche pianificare misure di contenimento adeguate: parliamo dei cosiddetti interventi non farmaceutici. Malgrado un recente studio europeo suggerisca che i vaccini approvati dall’EMA possano determinare anche una riduzione della diffusione del virus, le case farmaceutiche non hanno raccolto abbastanza evidenze, limitandosi a definire l’efficacia dei propri farmaci nella capacità di scongiurare ospedalizzazioni e le morti.

Come è stato svolto lo studio

Lo studio di Eurosurveillance si basa sui dati raccolti settimanalmente dal Sistema europeo di sorveglianza (TESSy), in seno al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). 

«Abbiamo analizzato i dati sui casi COVID-19 infettati da SARS-CoV-2 VOC – continuano gli autori – segnalati a TESSy per le settimane dalla 38/2020 alla 10/2021 da sette paesi (Cipro, Estonia, Finlandia, Irlanda, Italia, Lussemburgo e Portogallo). I dati includevano informazioni su sesso, età, sintomi clinici, condizioni preesistenti, ricovero in ospedale e unità di terapia intensiva (ICU) e risultati (cioè sopravvissuto o morto)».

I casi VOC sono stati così comparati con quelli non-VOC. In proporzione i casi di pazienti sotto i 60 anni erano simili a prescindere dal tipo di varianti. Un’età significativamente più vecchia la troviamo per la variante brasiliana. Si è visto inoltre che gli operatori sanitari erano rappresentati leggermente meno nei casi VOC rispetto a quelli non-VOC. 

I casi VOC erano correlati nella maggior parte dei casi a delle ospedalizzazioni. Risultavano significativamente più giovani quelli con variante inglese.

«Sia l’analisi multivariata abbinata che quella non abbinata hanno rilevato che i casi B.1.1.7 / SGTF, B.1.351 e P.1 avevano probabilità di ospedalizzazione significativamente più elevate rispetto ai casi non VOC – spiegano i ricercatori – avevano, rispettivamente, 2,3, 3,3 e 2,2 volte più probabilità di essere ammessi in terapia intensiva rispetto ai casi non VOC».

Limiti dello studio

La percentuale di casi sequenziati per rilevare la presenza di varianti Covid è solo una frazione di quelli totali. I ricercatori non hanno potuto tener conto di quel che si potrebbe osservare in tutti i Paesi dell’Unione europea. In tutto gli oltre 23 mila casi contemplati nella ricerca sono stati raccolti da un totale ben più ampio di 3,2 milioni di casi segnalati, per la maggior parte dei queli non è stato possibile avere informazioni sulle varianti. Inoltre quasi la metà riguardano il solo Portogallo.

Il rischio che sia stata fatta una sovrastima viene riportato dagli stessi ricercatori. Vi potrebbe essere quindi un bias dovuto al fatto che il campionamento eseguito possa essere sbilanciato rispetto al totale dei casi.

Va tenuto conto anche di eventuali maggiori test diagnostici somministrati alle face più giovani nei vari Paesi coinvolti nello studio, specialmente nelle scuole e nei posti di lavoro, in risposta al manifestarsi di focolai epidemici. Tutto questo potrebbe aver falsato in certa misura i risultati, che risultano comunque attesi rispetto a quanto già noto alla Comunità scientifica. Basti pensare alle conclusioni del paper, dove si auspica il raggiungimento di coperture vaccinali più rapide, associate ad adeguate misure di salute pubblica e tracciamenti più efficienti.

Foto di copertina: ANSA/US AUSL PIACENZA | Immagine di repertorio.

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