Scopri di più su DOMINO, la nuova rivista sul mondo che cambia

Omotransfobia, Don Dino, il parroco amato dai social: «Il ddl Zan? Imperfetto ma necessario» – L’intervista

Dopo l’apertura della Conferenza episcopale italiana, Il prete che predica il vangelo su Twitter commenta il disegno di legge in discussione al Senato

«Qualche volta non sembro proprio un prete. O almeno non sembro il prete che hanno intesta molti. Pulito, devoto e ordinato. La mia storia è diversa». Lo racconta lui stesso, don Dino Pirri, nell’ultimo suo libro, Lo strano caso del buon Samaritano, pubblicato da Rizzoli. Effettivamente, spulciando il profilo Instagram del parroco di Grottammare, nel Sud delle Marche, spuntano le foto di un uomo con la barba incolta e i capelli arruffati, con una spiccata passione per i selfie da prospettive improbabili e i gatti. La sua si chiama Maddy e non fa altro che appisolarsi sulla pancia del don.


Se su Instagram ha un seguito di 10 mila follower, è su Twitter che il parroco dà il meglio di sé: 41mila seguaci, tanti retweet dell’account di Fiorella Mannoia, una certa simpatia per i contenuti pubblicati da Enrico Letta e la critica al video di Beppe Grillo: «Così si difende un figlio?». Don Dino è fiero della sua dimestichezza con i social, di più, considera le piattaforme digitali un modo per far vivere la parola di Dio: «Scrivo quel che mi passa per la testa, la battuta, il commento al fatto del giorno, la politica. E poi, tra un tweet e l’altro, infilo un cinguettio di riflessione, ispirato alla parola di Dio. Che non è quella ingessata delle scritture, chiusa in un librone impolverato. Su Twitter diventa viva, viene letta e condivisa». Cinguettatelo sui tetti. Il Vangelo di Marco su Twitter è un altro libro del prete influencer.


Scrive nella sua esegesi pop: «Qualche volta sono caduto nell’equivoco di considerare il Vangelo alla stregua di prontuario del buon comportamento. Rimanendo in superficie e seguendo le idee che circolano su Dio, è facile supporre che Gesù voglia insegnarmi come vivere e come relazionarmi con Dio e gli altri». E allora, come si giustificano le resistenze di una parte della chiesa nei confronti della comunità Lgbtqi? «Dio non è un moralista e il Vangelo non è una sorta di galateo cattolico – spiega a Open -. Nella mia vita, cerco di accogliere le persone per ciò che sono, indipendentemente dal genere a cui sentono di appartenere o dall’orientamento sessuale. Il mio compito e farle sentire amata da Dio. Poi – dice a proposito del ddl Zan -, il resto sono scelte dei legislatori e, sinceramente, mi interesso più all’amore di Dio che alle leggi».

In generale, ritiene giusto estendere l’articolo del codice penale relativo ai reati di discriminazione e violenza per motivi razziali, etnici e religiosi, includendo i motivi del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e della disabilità?

«Io non sono un giurista, ma difendo il principio che nessuno deve essere discriminato per motivo alcuno, compreso quello dell’orientamento sessuale, della vita affettiva che intende assumere, al di là delle convinzioni altrui. Non si può essere emarginati, aggrediti verbalmente o addirittura subire violenza fisica, mai, per nessuna ragione. Sul principio del ddl Zan penso che non ci sia nulla da dire. Poi, ci sono alcune contestazioni, ma sono sottigliezze in confronto al principio alla base del disegno di legge».

La stessa riflessione vale per l’identità di genere?

«Posso anche pensarla in maniera diversa, ovvero che si nasca maschio o femmina e che nessuno può scegliere il genere a cui appartenere. Ma questo non mi dà il diritto di discriminare persone che la pensano diversamente. Potrei anche pensare che sentire di appartenere a un altro genere rispetto a quello biologico non sia corretto, ma questo non può indurmi a discriminare. Mai».

Questo secondo don Dino. Ma la chiesa, la dottrina cattolica fa un distinguo dei tipi di discriminazione? Ad esempio, razzismo vale quanto omofobia?

«Quando si carica di ideologia questo ragionamento, qualcuno potrebbe vedere nella chiesa una sorta di istituzione discriminante. Secondo la dottrina, il matrimonio, ad esempio, lo concediamo solo a uomini e donne. Ma questo non può consentirci di pensare che i componenti di una coppia omosessuale siano meno uomini o meno donne degli eterosessuali. Molti leggono delle discriminazioni nella dottrina della chiesa ma, vista dall’interno, non è così. Io non ho un’esperienza di chiusura verso queste questioni. Riconosco che in certi luoghi ci sia anche della chiusura, forse un atteggiamento abbastanza sospettoso, ma non è tutta la chiesa a essere così».

Perché alcuni sacramenti, allora, sono somministrati solo a persone eterosessuali?

«Vorrei rispondere con un esempio. Quando mi sono trovato nella condizione di battezzare dei bambini figli di coppie omosessuali, parlandone con catechisti e collaboratori, nessuno si è scandalizzato. Anzi, sono stati entusiasti che anche i figli di coppie omogenitoriali potessero ricevere il battesimo. Mi giunge voce che in alcuni luoghi i cristiani adottano, invece, atteggiamenti di respingimento verso determinate situazioni. Allora bisogna chiedersi se cristiani lo sono davvero, nelle proprie scelte, o dicono soltanto di esserlo».

Introdurre nelle scuole insegnamenti sulla sessualità e i concetti relativi all’identità di genere non aiuterebbe, secondo lei, i ragazzi a conoscere meglio la complessità di ogni singolo individuo ed evitare così i casi di discriminazione?

«Io credo che su questi temi a volte ci sia del fanatismo da una parte e dall’altra. Intelligentemente si può discuterne: per un cristiano è difficile accettare che, all’interno della chiesa, ci possa essere l’intenzione di promuovere l’identità di genere. Prima di arrivare a quel punto, ci sono passi da fare ancora più importanti».

Per esempio?

«Dobbiamo aiutare le persone delle nuove generazioni ad accettarsi per quello che sono. Nessuno deve più vergognarsi per come si sente, per ciò che è. È importante educare i giovani ad accettarsi: Dio ama tutti a prescindere, c’è un fondamento teologico in ciò che dico. Poi, e utilizzo un espressione che non mi piace, c’è l’urgenza di accompagnare chi vive una situazione di “diversità” a esprimersi, dopo essersi accettata. La chiesa e la società non devono più discriminare gli omosessuali. Per esempio, conosco alcune persone omosessuali e cattoliche che tengono nascosto il proprio orientamento, per paura di essere discriminati».

Quindi anche la chiesa deve lavorare al suo interno per contrastare questo genere di discriminazioni?

«Sì, è il terzo passo. Bisogna iniziare a ragionare sul fatto che se un cristiano omosessuale vuole appartenere alla chiesa non lo si può allontanare arbitrariamente. Bisogna cominciare a essere chiesa con tutti. Magari non condividendo ogni dimensione della vita, ma innanzitutto come comunità cristiana dobbiamo imparare ad amare le persone prima ancora di giudicarle. È una riflessione che arriverà, forse i tempi saranno un po’ più lunghi rispetto a quelli dei legislatori, ma arriverà perché è una riflessione necessaria».

Tornando al ddl Zan, pensa che la classe politica stia affrontando la questione dei diritti Lgbtqi nel modo giusto?

«Fatto salvo che con il principio del ddl Zan siamo tutti d’accordo, ho l’impressione che un certo mondo della politica, quello che appare di più sui media, utilizzi questo tema come una sorta di merce di scambio per i voti. Non è la prima volta che la classe politica usa temi così importanti per la nostra vita come una vetrina per il consenso. Ne sento spesso parlare senza competenza, senza cognizione di causa nei salotti televisivi. Politici responsabili, invece, affronterebbero questi temi con profondità, fuori dalla logica degli slogan e con la volontà di dialogare, di conoscere le opinioni dell’altra parte. Credo che la politica risenta della velocità e della superficialità che caratterizza i nostri tempi e, adeguandosi, non fa un buon servizio alla società».

Qual è la sua posizione sul disegno di legge anti-omofobia?

«Mi sento totalmente in sintonia con il ragionamento che ha fatto il cardinale Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana. Questo decreto legge, come tutte le cose, potrebbe essere migliorato, ma se dovesse essere approvato così com’è, non crolla mica la civiltà cristiana. Non finisce il mondo, lo si accetta con molta tranquillità perché il principio su cui si fonda il ddl Zan, ovvero non discriminare una persona per le scelte che fa, è un principio giusto che vale anche per le scelte di fede».

Dà un voto positivo, ma che non supera la sufficienza. Perché?

«Perché non credo che il ddl Zan sarà in grado di cambiare la società. Non è l’inasprimento di una pena che riduce la reiterazione di quel reato. Bisogna imparare a camminare insieme, ad abbattere i muri che ci sono e apprezzare le diversità, le unicità delle persone, a riconoscersi negli altri. Riconosco al ddl Zan, tuttavia, il merito di aver posto l’attenzione su questioni che altrimenti resterebbero sommerse. Forse proprio per questo è necessario. E poi penso che abbia messo in luce ancora una volta la debolezza della politica del muro contro muro. La politica fatta strillando, scevra di idee e soltanto atta a emergere sugli altri non aiuta granché la vita delle persone. La politica gridata, quella degli slogan e delle tifoserie non accende i dibattiti, accende i fuochi, ma non i dibattiti».

Continua a leggere su Open

Leggi anche: