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Vaccinare i giovani è una priorità? Il virologo Perno: «Raggiungerli ovunque è fondamentale per liberarci dal virus» – L’intervista

«Nella loro capacità di venire infettati i giovani sono esattamente come gli adulti, ora il virus è soprattutto tra loro», spiega il direttore di Microbiologia dell’Ospedale pediatrico di Roma Bambino Gesù

«Altamente strategiche», così il ministro della Salute Roberto Speranza ha definito le vaccinazioni anti Covid dei più giovani, confermando la centralità di un tema che, in termini di piano organizzativo nazionale, sta prendendo sempre più spazio. La scalata delle fasce d’età sta andando avanti e con essa l’obiettivo concreto di sconfiggere definitivamente la Covid-19. Il dibattito però è aperto: è davvero necessario vaccinare i più giovani per distruggere il virus? Sarà realmente pericoloso rischiare una percentuale di no vax o di scettici anche tra i più piccoli se già avremmo raggiunto la protezione dei più anziani e fragili? Open ha già cominciato a raccontare cosa ne pensano i giovani, riscontrando spaccature evidenti. Oggi prova a capirne di più dal punto di vista scientifico con il professor Carlo Federico Perno, virologo direttore di Microbiologia dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e professore di Microbiologia Clinica all’Università Unicamillus.


Professore, è di poche ore fa la raccomandazione severa del generale Figliuolo riguardo la necessità di concentrarsi ancora sulla messa in sicurezza degli over 60. Ma regioni come il Lazio parlano già di maturandi vaccinati ai primi di giugno, e il prossimo 28 maggio l’Ema darà il via libera per le somministrazioni dai 15 ai 12 anni. C’è davvero bisogno di vaccinare i più giovani?


«Direi proprio di sì, e questo indipendentemente dalla giustissima osservazione del generale Figliuolo di mettere in sicurezza gli over 60. Da un punto di vista di lotta al virus l’equazione è semplice: più persone si infettano, più Covid-19 avrà possibilità di diffondersi. La strategia dunque dovrà essere quella di mettere in sicurezza tutti quelli che infettandosi stanno molto male e muoiono, come in gran parte abbiamo fatto e stiamo facendo, prima con gli ultra 80enni e i fragili e ora con gli over 60. Ma se vogliamo abbattere la circolazione del virus questo non sarà sufficiente. Nella loro capacità di venire infettati i giovani sono esattamente come gli adulti».

Siamo abituati a pensare ai giovani come i meno colpiti in assoluto dal virus, non è così?

«I giovani non si infettano di meno, casomai si ammalano di meno, che è diverso».

Che differenza c’è?

«Infettarsi vuol dire contrarre il virus all’interno del proprio organismo. Ammalarsi corrisponde ad avere una sintomatologia più o meno grave. Il virus attualmente circola soprattutto nei giovani e i dati ce lo dimostrano: l’età media delle persone che si infettano diminuisce di settimana in settimana. All’inizio della pandemia eravamo oltre i 60 anni, ora siamo intorno ai 39 anni, con un ritmo di discesa molto veloce, quasi di un anno ogni settimana. E non è soltanto perché gli anziani sono stati vaccinati, accade anche perché i giovani continuano a infettarsi con regolarità.

Riguardo al non ammalarsi anche qui bisogna avere prudenza. Non va dimenticato che in questo anno e mezzo di pandemia ci sono stati malati e morti anche tra i più giovani, in minor numero ma ci sono stati. Dunque in generale farei attenzione a sottovalutare anche questo aspetto. Tornando alla circolazione del virus, l’obiettivo è vaccinare tutti quelli si infettano e su questo fronte i giovani non sono affatto esclusi, anzi come già detto in questo momento sono la categoria che accusa un
tasso più elevato di infezioni».

Infettarsi vuol dire far circolare ulteriormente il virus. Ma se gli anziani e i più fragili sono in parte protetti quale sarà l’ulteriore rischio?

«Sappiamo forse che il 100% degli anziani sono protetti dal vaccino? Direi di no. E soprattutto che la protezione di chi si è vaccinato sia sufficiente o che durerà per sempre? Potremmo presto ritrovarci in una situazione in cui il virus continua a circolare tra i giovani e in cui gli anziani, proprio perché anziani, possono perdere parte dell’efficacia del vaccino. Questo può succedere perché di fatto gli anziani hanno una risposta al vaccino di per sé minore rispetto ai giovani, il loro sistema immunitario è meno forte. Dunque se vogliamo fare in modo che questo virus sparisca dalla circolazione e faccia meno danni possibili ai fragili, che potrebbero ritornare a rischio, i giovani dovranno, oltre che proteggere se stessi, mettersi a servizio della loro società. Senza considerare poi la capacità di Covid-19 di mutare in fretta».

Si riferisce al pericolo varianti?

«Certamente. Permettere al virus di circolare negli organismi, anche dei più giovani, significa farlo replicare abbondantemente, che è la condizione perché si generino forme potenzialmente differenti dall’originale e magari anche più resistenti ai vaccini attualmente disponibili. Siamo abituati a considerare soltanto gli anziani come le persone più minacciate dal virus ma quello che è necessario che i giovani capiscano è che domani anche loro potrebbero diventare i cosiddetti “fragili”».

Cosa rispondere a chi dichiara di non fidarsi della sicurezza e dell’efficacia dei vaccini anche nella popolazione più giovane?

«Che il vaccino che è stato sperimentato nei ragazzi, e cioè il Pfizer, è sicuro. I dati non presentano effetti collaterali di rilievo con rischi quindi contenutissimi. So bene che la domanda che spesso si pongono è: “ma chi me lo fa fare di correre un rischio per una malattia che io non prenderò mai in forma grave?”. Una domanda che contiene due errori di fondo. Il primo è quel “mai” riferito alla possibilità di ammalarsi, infondato per i motivi finora spiegati. Il secondo è il concetto di rischio associato alla vaccinazione: nei ragazzi non c’è nessuna evidenza di effetti collaterali significativi. Lo stesso discorso si può fare anche per Astrazeneca negli adulti (non abbiamo dati per questo vaccino nei giovani). Finora abbiamo parlato di casi rari ridottissimi rispetto al numero di dosi somministrate».

Vivono sul web più di chiunque altro, ma neanche per i giovani è facile orientarsi nel caos delle fake news. Dove possono informarsi in maniera sicura?

«Il ragionamento va fatto al contrario. Dove è meglio non attingere. Le informazioni prese da Google, con siti di dubbia certificazione e nessuna verifica della credibilità di quanto riportato non aiutano. Le uniche notizie da prendere in considerazione sono quelle provenienti da fonti scientifiche e ufficiali. Sono i dati misurati e sperimentati. Ecco che diventa fondamentale allora che i ragazzi imparino a cercare su Internet materiale attendibile, attingendo a siti e studi scientifici ufficiali e da testi che facciano riferimento esclusivamente a quelli. Tutto il resto è da dimostrare. E poi non dimentichiamoci che il target di riferimento per le vaccinazioni degli adolescenti non sono soltanto gli adolescenti».

Chi altro?

«I ragazzi si convincono di cose ascoltando e assorbendo molto. La convinzione della positività della pratica vaccinale deve necessariamente arrivare dai genitori. Da lì il confronto costruttivo con i ragazzi».

Si parla di vaccini nelle scuole, nelle spiagge, in qualunque posto che possa rendere più facile il raggiungimento dei giovani. Pensa sia una strada percorribile?

«Il vaccino deve arrivare ovunque siano le persone e i ragazzi in particolare, più abituati a stare fuori casa. Ancor prima sarà da garantire una comunicazione corretta, soprattutto nei confronti di chi ha ancora dubbi sulla sicurezza. Spiegare in maniera chiara i motivi per cui non è necessario aver paura e puntare su un concetto che ancora facciamo fatica ad assorbire che è quello della solidarietà sociale. L’atto di responsabilità oggi va ancora oltre il mantenimento della distanza con i propri nonni come abbiamo cercato di far capire fino a poco tempo fa. Vaccinarsi è il gesto di solidarietà più grande e decisivo che anche i ragazzi sono ora chiamati a fare».

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