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Uno studio norvegese dimostra che il Coronavirus è stato creato in laboratorio? No! Ancora nessuna prova

Perché lo studio di Dalgleish e Sørensen non dimostra la tesi del virus sfuggito da un laboratorio

La proteina Spike (S) del nuovo Coronavirus conterrebbe delle parti inserite artificialmente. Questo è quanto affermavano l’anno scorso l’oncologo Angus Dalgleish e il virologo Birger Sørensen, in uno studio anglo-norvegese su un vaccino sperimentale anti-Covid. Le stesse suggestive ipotesi vengono riproposte dai ricercatori attraverso alcuni estratti di un pre-print mostrati in esclusiva in un articolo del Daily Mail. Ecco perché si tratta della solita minestra riscaldata, e non dimostrata – per stessa ammissione degli autori – volta a sostenere l’origine artificiale del SARS-CoV-2, assieme alla fuga accidentale dal laboratorio di Wuhan.

Per chi ha fretta:

  • Lo studio, i cui estratti sono affidati a un tabloid sensazionalista propone una ipotesi basata su indizi già rivelatisi infondati nell’analisi del Yan Report, dove si sostiene la stessa narrazione con argomentazioni molto simili;
  • Non è possibile confutare le argomentazioni degli autori, perché secondo loro le prove sono state cancellate o rese non disponibili dal governo cinese;
  • Lo stesso pre-print non è al momento consultabile integralmente.

Analisi

È centrale in questo contesto il ruolo della Spike, ovvero l’antigene di SARS-CoV-2. Gli antigeni circondano il virus permettendogli di infettare le cellule. A sua volta le Spike sono il bersaglio principale del Sistema immunitario, che deve imparare a riconoscere gli antigeni dei patogeni, mediante la produzione di anticorpi. Ora diamo un contesto cronologico alla narrazione del «virus-chimera», nella quale si inseriscono pienamente anche Dalgleish e Sørensen.

Un anno di ipotesi non dimostrate

Il primo paper dei ricercatori venne pubblicato dalla Quarterly Review of Biophysics il 29 maggio 2020, dopo una revisione di dieci giorni. Si trattava della sperimentazione pre-clinica del Biovacc-19.

«Il documento di Nature intitolato “Base strutturale del riconoscimento del recettore da parte di SARS-CoV-2” non rappresenta, infatti, una vera struttura del trimero SARS-CoV-2 a punta a eccezione di una parte modificata del legame del recettore (RBM). Utilizza la struttura e la sequenza per SARS-CoV depositata il 1 agosto 2005 come spina dorsale e quindi crea una chimera con l’RBM (437-508) di SARS-CoV-2 modificato e inserito».

Quando Forbes si occupa della notizia, il 7 giugno 2020, fa notare che per i virologi sezioni simili della Spike sono comuni anche in altri virus, senza necessariamente scomodare la creazione di virus-chimera.

Intanto il 14 settembre 2020 viene pubblicato senza alcuna revisione il primo Yan Report, dove si sostiene che altre sequenze studiate per ricostruire l’albero filogenetico di SARS-CoV-2 sarebbero la prova di una sua creazione in laboratorio.

Si fa riferimento in particolare al genoma di RaTG13, ritenuto dall’autrice Li-Meng Yan la base da cui avrebbero ingegnerizzato il virus. Ma oltre a quest’ultimo esistono altri Beta-Coronavirus, trovati nei pipistrelli dopo l’emergere della pandemia, che assieme corroborano l’origine naturale, come ci ha spiegato in maniera dettagliata l’esperto di genomica comparata Marco Gerdol.

Dagli studi che hanno ricostruito l’origine del virus non emergono mai segni di un taglia-incolla di sequenze genetiche, possibili solo possedendo una sofisticata tecnologia a noi ignota, in grado di replicare tutte le mutazioni puntiformi – una per una – in modo da essere coerenti con quelle degli altri Beta-Coronavirus. 

«Quelli importanti dal punto di vista evolutivo sono i Coronavirus identificati nei pangolini – precisa Gerdol – Si tratta di cugini un po’ più lontani. Stanno in mezzo tra RaTG13 e RmYN02 (più vicini) e ZXC21 e ZC45 (meno vicini). Anche questi sono stati esclusi dal report, in maniera piuttosto deliberata. Se li avessero inclusi avrebbero rovinato la narrativa del report stesso».

Analizziamo gli estratti dello studio

Casualmente a un anno esatto di distanza dal loro precedente studio, Dalgleish e Sørensen affidano al tabloid sensazionalista Daily Mail degli estratti di un pre-print, che dovrebbe essere pubblicato sempre sulla Quarterly Review of Biophysics, dove troviamo in una tabella parte dei genomi che ovviamente somigliano a SARS-CoV-2, ma che presentando mutazioni simili alla porzione di Spike (S). Per i ricercatori sarebbero la prova di una manipolazione:

Una delle immagini dello studio pubblicato dal Daily.

Inoltre ci mostrano le stesse parti della proteina Spike, già ritenute irrilevanti alla Comunità dei virologi, come riportato già da Forbes l’estate scorsa:

Una delle immagini dello studio pubblicato dal Daily.

Quale sarebbe allora quella «sequenza univoca» scoperta dai due scienziati? Quale sarebbe la prova della retro-ingegneria Cinese su altri Coronavirus?

«Dal momento che tutte le testimonianze biologiche, informatiche e dirette pertinenti di Wuhan sono state distrutte o non disponibili, non è possibile fornire prove assolute», spiegano i ricercatori.

Una delle immagini dello studio pubblicato dal Daily.

Conclusioni

Due ricercatori che già un anno prima avevano tentato con scarso successo di far valere le loro ipotesi sul virus ingegnerizzato, si trovano a usare un tabloid scandalistico, noto per la scarsa propensione alla verifica delle fonti, per pubblicizzare il loro ultimo lavoro, non ancora revisionato, mediante alcuni estratti dove si sostengono tesi già rivelatasi infondate in precedenza.

Ma il consenso nella Comunità scientifica non si fa diffondendo i propri lavori a un pubblico generalista, lo si sottopone prima ai propri colleghi, i quali hanno le competenze per valutarlo. La fase divulgativa arriva dopo, quando dal dibattito emerge la teoria che sa spiegare meglio i fenomeni osservati. Non ci sembra che sia questo il caso.

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