Scopri di più su DOMINO, la nuova rivista sul mondo che cambia

L’ultima intervista di Brusca dal carcere, spunta un video inedito: «Chiedo scusa ai familiari delle vittime. Cosa nostra è una fabbrica di morte»

Le scuse arrivano anche per il figlio 30enne e la moglie che «a causa mia hanno sofferto e stanno pagando indirettamente le mie scelte di vita, prima da mafioso e poi da collaboratore di giustizia». Queste le parole che l’ex killer di Cosa nostra pronunciò cinque anni fa prima di un’intervista a un documentarista francese

«Non so cosa succederà, devo fare i conti con me stesso e mi dispiace non poterci mettere la faccia per motivi di sicurezza». Inizia così la video intervista, pubblicata in esclusiva dal Corriere della Sera, di Giovanni Brusca, l’ex boss di Cosa nostra, poi divenuto collaboratore di giustizia, e da qualche giorno libero. Dopo 25 anni, infatti, ha lasciato il carcere. Lui – per chi non lo sapesse – è quello che ha azionato il telecomando a Capaci e che ha sciolto nell’acido il piccolo Di Matteo. 150 delitti alle spalle ma anche un pentimento che gli è servito per avere sconti di pena e soprattutto per evitare l’ergastolo. Nello specifico, si tratta di un’intervista – finita agli atti del fascicolo del pentito Brusca – registrata cinque anni fa, nel carcere di Rebibbia, con il regista-documentarista francese Mosco Levi Boucault per il film «Corleone».


YouTube / Telerama | Un passaggio dell’intervista a Giovanni Brusca in cui racconta dell’attentato di Capaci


La richiesta di perdono

«Ho cercato di dare il mio contributo il più possibile, dando un minimo di spiegazione a chi cercava verità e giustizia», dice Brusca nel video. Per questo adesso «chiedo perdono a tutti i familiari delle vittime a cui ho creato dolore e dispiacere». Le scuse, poi, sono anche per il figlio 30enne e la moglie che «a causa mia hanno sofferto e stanno pagando indirettamente le mie scelte di vita, prima da mafioso e poi da collaboratore di giustizia». Cosa nostra, infatti, non ha mai digerito la sua scelta di collaborare con lo Stato e, dunque, anche adesso potrebbe vendicarsi. Per questo motivo vivrà in una località segreta, con una nuova identità, così come prevede il programma di protezione.

«Cosa nostra? Una fabbrica di morte»

«Chi collabora con la giustizia – conclude – viene sempre denigrato e disprezzato quando, invece, credo che sia una scelta di vita importantissima dal punto di vista morale, giudiziario e soprattutto umano perché consente di mettere fine a questa fabbrica di morte, a questa catena di morte, un’agonia continua» che si chiama, appunto, Cosa nostra.

Continua a leggere su Open

Leggi anche: