Cronaca di una «mattanza», tutto quello che sappiamo dei fatti di Santa Maria Capua Vetere

Abbiamo messo insieme tutti gli elementi in nostro possesso sulla spedizione punitiva nel carcere campano, attraverso la lettura dell’ordinanza dei magistrati, e non solo

Quattro funzionari dello Stato avrebbero architettato e nascosto le violenze contro i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, scambiandosi diversi messaggi Whatsapp entrati in possesso degli investigatori a seguito delle denunce. Oltre le violenze, le indagini hanno portato alla luce false dichiarazioni e la manipolazione delle prove da parte degli agenti per incolpare i detenuti e censurare il raid punitivo. Open ha letto l’Ordinanza di applicazione di misura coercitiva del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, un faldone di oltre 990 pagine contenenti le accuse nei confronti degli agenti coinvolti, le parole rivolte ai detenuti, le immagini delle violenze e delle visite mediche delle vittime, così come gli scambi del gruppo Whatsapp dei principali indiziati. Ricostruiamo gli eventi, dalle prime proteste nelle carceri italiane dello scorso marzo 2020 ad oggi, accompagnati dalle dichiarazioni dei politici che si sono resi protagonisti diretti o indiretti delle vicende documentate dal Tribunale campano.


Caos nelle carceri per il coronavirus

Il 9 marzo 2020, dalle ore 13:45 alle 17:45, un gruppo di circa 160 detenuti del Reparto “Tevere” manifestarono in protesta per la restrizione dei colloqui imposta a seguito dell’emergenza sanitaria Covid19. Non si erano registrati feriti né danni, il tutto si era concluso a seguito di una mediazione da parte del personale della Polizia Penitenziaria e dei dirigenti dell’amministrazione. Diversi episodi di protesta vennero registrati a inizio marzo 2020 presso altri istituti carcerari, come quello di San Vittore a Milano e presso la struttura di Trapani, causando roghi e permettendo la fuga di diversi soggetti. Nei giorni successivi, vengono segnalati i primi casi di detenuti positivi al coronavirus in Lombardia.


Bonafede riferisce alla Camera

L’allora Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dovette far fronte alle contestazioni politiche relative al coronavirus nelle carceri e alle numerose rivolte in tutto il Paese. Durante lo svolgimento dell’informativa urgente del Governo, tenutosi l’undici marzo 2020 presso la Camera dei Deputati, Bonafede intervenne riportando in sintesi i diversi episodi per poi ringraziare l’operato della Polizia Penitenziaria.

Alfonso Bonafede: «Grazie, Presidente. Come è noto, a partire dal 7 marzo si sono verificati gravi disordini in numerose carceri di tutta Italia. Senza usare giri di parole, gli eventi hanno riguardato trasversalmente quasi tutte le regioni d’Italia, declinandosi in maniera differente nei singoli casi. Possiamo dire, infatti, che in alcune città, come per esempio Treviso, Torino, Rovigo e Potenza, si è trattato di manifestazioni di protesta senza danni, mentre in altri casi, come per esempio a Modena, Napoli e Foggia, si è trattato di vere e proprie rivolte, durate ore, che hanno portato anche a drammatiche conseguenze.

Permettetemi, innanzitutto, di ringraziare la Polizia penitenziaria e tutto il personale dell’amministrazione penitenziaria, perché ancora una volta stanno dimostrando professionalità, senso dello Stato e coraggio nell’affrontare, mettendo a rischio la propria incolumità, situazioni molto difficili e tese in cui ciò che fa la differenza è spesso la capacità di mantenere i nervi saldi, la lucidità e l’equilibrio nell’intuire e scegliere in pochi istanti la linea di azione migliore per riportare tutto alla legalità» (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva).

Fonte | Resoconto Stenografico Camera dei Deputati, 11 marzo 2020

Le richieste di dimissioni per il capo del DAP

Durante la discussione in aula, la deputata Maria Elena Boschi (Italia Viva) presentò la richiesta di dimissioni del capo del DAP (Dipartimento amministrazione penitenziaria) o la sua diretta rimozione da parte del Ministro Bonafede. All’epoca tale ruolo veniva ricoperto da un suo fedelissimo, Francesco Basentini, che diventerà in qualche modo protagonista degli episodi avvenuti presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Maria Elena Boschi: «Sono sicura che il Governo lo farà e noi saremo a fianco del Governo, sosterremo il Governo ovviamente in questo, però Ministro noi siamo in disaccordo su tante cose, dalla prescrizione alle intercettazioni, alle misure cautelari, spesso non siamo d’accordo, ma su una cosa mi auguro che siamo tutti d’accordo, compreso lei ministro: chi sbaglia paga. Allora, di fronte a questo bilancio, credo che il capo del DAP avrebbe già dovuto rassegnare le proprie dimissioni, a maggior ragione ora che l’ordine è stato ripristinato, perché ci sono 12 morti, perché ci sono danni ingenti, perché ci sono ancora 16 evasi e soprattutto perché non è stato in grado di tutelare gli uomini e le donne che lavorano sotto la sua catena di comando in questi giorni»

Fonte | Resoconto Stenografico Camera dei Deputati, 11 marzo 2020
5 aprile 2020 - Il primo positivo e la barricata dei detenuti

Il primo positivo e la barricata dei detenuti

«E’ risultato positivo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere un detenuto che, a quanto abbiamo saputo, già dal 26 marzo manifestava sintomi di malessere riconducibili ad un contagio da Covid19», riporta l’Associazione Antigone in un articolo pubblicato domenica 5 aprile 2020 sul proprio sito. «Questo caso ci era stato segnalato lo scorso 31 marzo dai famigliari dell’uomo, preoccupati per il suo stato di salute e per le minime cure a cui era stato sottoposto fino a quel momento », affermò all’epoca Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. A quanto si apprende, tale detenuto risultò essere l’ex deputato della Regione Sicilia Paolo Ruggirello, detenuto con l’accusa di associazione mafiosa.

Verso le ore 19:50 circa, un numero imprecisato di detenuti del Reparto “Nilo” si barrico in segno di protesta dopo aver appreso, attraverso i canali di informazione regionale, del detenuto risultato positivo alla Covid19. Una rivolta che venne ampiamente contestata a livello politico, come dal deputato Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) durante un’intervista rilasciata a RadioRadicale: «Cominciamo a prendere atto che le nostre carceri sono insicure. Quello che è già accaduto lo testimonia. Non me la prendo con la Polizia Penitenziaria che fa il suo dovere al meglio, in condizioni molto difficili, psicologicamente e logistiche, ma indubbiamente c’è un profilo organizzativo che va rivisto e una rete di sicurezza che è venuta clamorosamente a mancare».

I presunti fatti di quella sera vennero riportati vennero riportati in un resoconto consegnato l’8 aprile 2020 presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere da parte del personale della Polizia Penitenziaria. Presunti fatti in quanto tale resoconto, a seguito delle indagini, sarebbe stato elaborato ad arte per depistare ogni sospetto nei confronti degli agenti e dei responsabili della successiva operazione punitiva nei confronti dei detenuti.

6 aprile 2020 - L'azione punitiva

L’«ignobile mattanza»

Il 6 aprile 2020, a partire dalle ore 16:00, venne eseguita una perquisizione straordinaria presso il Reparto “Nilo” dove si era svolta la protesta del giorno precedente ad opera dei detenuti. In tale occasione, venne messo in campo uno squadrone di circa 283 agenti formato dalla Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere affiancato dal “Gruppo di supporto agli interventi”, formato da altrettanti agenti provenienti da altre strutture carcerarie e istituito durante l’inizio dell’epidemia Coronavirus alle dipendenze del provveditore regionale carceri, Antonio Fullone. Una perquisizione che il gip Sergio Enea definì «ignobile mattanza», riscontrarono a seguito delle indagini «pluralità di violenze, minacce gravi ed azioni crudeli» da parte degli agenti nei confronti dei detenuti.

«Lo Stato siamo noi, tu non sei nessuno»

All’interno dell’Ordinanza di applicazione di misura coercitiva del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, vengono alla luce le diverse espressioni degli agenti nei confronti dei detenuti durante la «mattanza». Come riportato a pagina 25, un detenuto venne colpito più volte in testa da diversi agenti non identificati con i manganelli, per poi venir alzato da terra afferrandolo per i capelli sentendosi dire «Lo Stato siamo noi, tu non sei nessuno». Dalle indagini, ulteriori espressioni minacciose vennero rivolte ad altri detenuti: «Dopo 30 anni di carcere ancora non hai capito niente, lo Stato siamo noi, tu e tutti i tuoi compagni dovete morire, oggi devi morire».

Gli agenti non si erano limitati agli insulti e alle violenze sopra citate. All’interno di una stanza, alcuni agenti non identificati eseguirono persino una «ispezione anale» facendo uso di un manganello del tipo sfollagente. Nell’Ordinanza, consultata da Open e composta da oltre 900 pagine, vengono riportate le fotografie delle ferite riscontrate nei detenuti durante le indagini, inclusa quella del detenuto seviziato dagli agenti della Polizia Penitenziaria.

7 aprile 2020 - I depistaggi

I 14 detenuti e le cure mediche negate

A seguito delle indagini, come riportato nell’Ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, gli agenti e i loro responsabili negarono le visite mediche e ogni cura farmacologica ai detenuti, in particolare a 14 di loro posti al regime di isolamento preventivo «in assenza di presupposti sostanziali e formali». Tra questi detenuti si riscontrano due in particolare, quello seviziato dagli agenti e un 28enne di nome Lamine Hakimi, deceduto il 4 maggio 2020 all’interno della struttura per edema polmonare acuto, con terminale arresto cardiaco-respiratorio, determinato – secondo l’Ordinanza – dalle condizioni di abbandono perpetrato dagli agenti.

Il “bianchetto”

Negli atti relativi all’isolamento preventivo dei 14 detenuti, gli investigatori hanno riscontrato delle vere e proprie falsificazioni effettuate a mezzo “bianchetto”. Vennero “sbianchettate”, ad esempio, le date di decorrenza in modo tale che non risultassero leggibili, occultando «la sottoposizione indebita dei detenuti – in assenza di provvedimento – tra il 6 ed 8 aprile 2020». Al momento non è nota l’identità degli autori.

Le presunte violenze subite dagli agenti

Tra i numerosi capi di imputazione troviamo quelli relativi ai falsi referti medici della Polizia Penitenziaria. Gli agenti si sarebbero rivolti ai medici dell’ASL di Caserta, Unità Tutela Salute in carcere, dichiarando di aver subito diverse lesioni procurate da delle presunte aggressioni da parte dei detenuti. Secondo quanto riportato nell’Ordinanza, gli agenti avrebbero fornito «un ingannevole contributo informativo» inducendo in errore il medico nella redazione del referto.

Le false dichiarazioni mediche sui detenuti

Gli agenti avrebbero fornito false dichiarazioni anche in merito alle lesioni subite dai detenuti. Sempre secondo quanto riportato nell’Ordinanza, avrebbero fornito un «ingannevole contributo informativo» ai medici sostenendo che i detenuti si sarebbero procurati le lesioni «durante il contenimento». Avrebbero, inoltre, attestato nei referti medici di aver accertato, senza alcuna visita, la «anamnesi negativa per contatto con sospetto covid 19, assenza di sintomatologia riferibile ad infezione da coronavirus o altra sintomatologia».

La solidarietà di Giorgia Meloni agli agenti

«Raccolgo e condivido l’appello di un Ispettore Capo della Polizia Penitenziaria: il governo, oltre a preoccuparsi della salute dei detenuti, pensi a quella dei tanti agenti impiegati nelle carceri e delle loro famiglie». Queste le dichiarazioni di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, riportate in un suo tweet del 7 aprile 2020.

L’olio bollente e le false prove

Nell’Ordinanza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere vengono riportati ulteriori accuse nei confronti degli agenti. Secondo quanto dichiarato da questi ultimi, i detenuti erano erano muniti di bastoni e di olio bollente da utilizzare durante gli scontri. Secondo gli investigatori, il tutto verrebbe smentito dalle immagini acquisite presso la struttura: «circostanze del tutto impercettibili dalla visione dei video estratti dal sistema di video-sorveglianza», recita l’Ordinanza, «laddove si coglieva esclusivamente il barricamento, l’oscuramento delle telecamere e il danneggiamento di un tavolo e nessuna minaccia dell’uso di olio bollente». In pratica, gli atti pubblici così come presentati dagli agenti risulterebbero «ideologicamente falsi» e volti a incolpare i detenuti «sapendoli innocenti».

Ulteriori prove a carico degli agenti vengono riscontrate attraverso le loro chat Whatsapp. Tra queste ci sarebbero quelle relative alla richiesta di produzione di prove false: «Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di ferro» e «In qualche cella in assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornellino anche con acqua». Oggetti predisposti ad hoc, come riporta l’Ordinanza, ma qualcuno si sarebbe lamentato perché eccessive: «Abbiamo fatto delle foto eccellenti, ma il comandante ci ha stoppati… Ha detto che non bisognava esagerare».

Le proteste dei familiari e gli audio

Le famiglie dei detenuti, venendo a conoscenza delle violenze subite dai loro cari presso la struttura, decisero di rendere noto quanto accaduto diffondendo gli audio delle telefonate, alcuni dei quali vennero mandati in onda durante un servizio de Le Iene dell’undici aprile 2020. Nell’Ordinanza viene citato un articolo pubblicato l’11 aprile 2020 sul sito Napolimonitor.it dove viene riportato un video con gli audio delle telefonate tra i familiari e i detenuti.

Nel frattempo, il 9 aprile 2020, le compagne e le mogli dei detenuti si presentarono davanti alla struttura in segno di protesta, come possiamo vedere dalle immagini riprese da NanoTV.

Il sequestro dei Carabinieri e le chat Whatsapp

«Mi ha chiamato nunzia i carabinieri sequestrano hard disk». Nelle chat Whatsapp degli agenti annunciano l’arrivo dei militari e delle inevitabili acquisizioni delle prove a loro carico: «I carabinieri hanno sottoposto a sequestro l’intero impianto di videosorveglianza». Nelle gruppo Whatsapp risulterebbe, oltre agli agenti, anche il provveditore Fullone.

Un pubblico ufficiale non ancora identificato avrebbe mandato dei messaggi contenenti informazioni sullo sviluppo delle indagini a uno degli accusati: «Mi preme informarla che in questo momento a SMCV c’è un tenente dei cc con dei collaboratori ed un medico legale che per conto della Procura stanno facendo fare delle radiografie a dei detenuti. I colleghi qui si sentono abbastanza abbandonati, nessun funzionario è presente. Mi permetto di informarla nell’interesse di tutti. Non telefono per ovvie ragioni. Cordiali saluti». Il messaggio venne trasmesso dal ricevente al gruppo Whatsapp dei principali accusati in data 15 aprile 2020.

Ad aprile 2020 era scoppiato il caso delle scarcerazioni facili per i detenuti ad alto tasso di pericolosità, tra questi il detenuto nel reparto di massima sicurezza del carcere di Parma Raffaele Cutolo. Una situazione che aveva portato numerose contestazioni, politiche e morali, contro l’allora Ministro Bonafede. Il suo fedelissimo Francesco Basentini, già contestato in aula a marzo 2020 a seguito delle rivolge nelle carceri per i rischi di contagio da Coronavirus, il primo maggio 2020 presentò le dimissioni da capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP): «Le polemiche di questi giorni sono strumentali e totalmente infondate ma fanno male al dipartimento», avrebbe detto Basentini in un incontro tenuto con il Ministro Bonafede.

Le dimissioni del fedelissimo Basentini scatenarono nuove polemiche nei confronti del Ministro grillino. La sera del 3 maggio il magistrato antimafia Nino Di Matteo, ospite di Giletti a Non è l’Arena su La7, dichiarò che nel 2018 Bonafede gli chiese se era disponibile ad accettare il ruolo di capo dipartimento della DAP o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali.

«Gli ho parlato della possibilità di fargli ricoprire uno dei due ruoli di cui ha parlato lui, gli dissi che tra i due ruoli per me era più importante quello di direttore degli affari penali, più di frontiera nella lotta alla mafia ed era stato il ruolo ricoperto da Giovani Falcone. Alla fine dell’incontro mi pare che fossimo d’accordo, tanto che il giorno dopo lui mi chiese un colloquio e mi spiegò che non poteva accettare perché voleva ricoprire il ruolo di capo del Dap», affermò Bonafede contestando le parole del magistrato. Quest’ultimo, però, non ritrattò e non cambiò la sua versione dei fatti, sostenendo che l’allora Ministro «cambiò idea sulla mia nomina a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) dopo lo stop di qualcuno».

La chat tra Fullone e Basentini

Di fronte a quanto accaduto presso le diverse carceri italiane, soprattutto in quella di Santa Maria Capua Vetere, a gestire l’emergenza poteva esserci un magistrato antimafia come Nino Di Matteo, non un fedelissimo di Bonafede, a capo della DAP. Nell’Ordinanza del Tribunale vengono riportate alcune chat tra il provveditore regionale campano Antonio Fullone e Francesco Basentini, dove il primo avrebbe scritto al secondo «Buona sera capo, è in corso perquisizione straordinaria, con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre il personale dell’istituto)… Era il minimo per riprendersi l’istituto… il sicuro ritrovamento di materiale non consentito ci potrà offrire l’occasione di chiudere temporaneamente il regime… il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così…»”. Basentini, ricevendo il messaggio, rispose con un «Hai fatto benissimo».

Il silenzio di Bonafede su Santa Maria Capua Vetere

All’epoca dei fatti di Santa Maria Capua Vetere, il DAP avrebbe negato ogni tipo di violenza nei confronti dei detenuti. In un articolo del 2 luglio 2021 pubblicato da Il Giornale, il segretario Daniela Caputo di Dir PolPen (sindacato dei funzionari di Polizia Penitenziaria) avrebbe messo in dubbio l’origine dell’azione punitiva: «Quell’incursione non è avvenuta per decisione del capo reparto di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, né del direttore del carcere che in quei giorni non c’era. Il raid è stato deciso ed eseguito racimolando un gruppetto di agenti nei vari istituti della regione aggregandoli in un fantomatico Nucleo Operativo d’Intervento creato a livello regionale». Il Giornale mette “sotto accusa” Francesco Bisentini, sostenendo che il via libera alla perquisizione straordinaria «potrebbe esser stato preceduto da consultazioni» proprio con l’allora capo della DAP, spiegando il perché del silenzio da parte del Ministro sull’intera vicenda.

Gli avvisi di garanzia e i sequestri

Le prime foto e i primi audio delle violenze sui detenuti presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere erano ormai di dominio pubblico e le indagini vennero avviate con il conseguente sequestro delle video registrazioni dell’impianto di sicurezza della struttura. L’undici giugno 2020 gli agenti della Polizia Penitenziaria ricevettero, oltre a vedersi sequestrati i cellulari, la notifica degli avvisi di garanzia a loro carico da parte dei militari.

Salvini in visita al carcere

A seguito dei 44 avvisi di garanzia, Matteo Salvini si presenta davanti al carcere di Santa Maria Capua Vetere per sostenere gli agenti: «Avevo qualche appuntamento oggi pomeriggio, ho chiuso l’ufficio e disdetto gli appuntamenti perche’ non si possono indagare e perquisire come delinquenti 44 servitori dello Stato», dichiarò Salvini davanti ai microfoni e le telecamere dei media presenti, intervento pubblicato sulla sua pagina Facebook l’undici giugno 2020.

Un ampio e prolungato sostegno da parte di Matteo Salvini, il quale si presentò durante la trasmissione di Barbara D’Urso su Canale 5 con la maglietta della Polizia Penitenziaria: «Questa maglietta te la regalano gli agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere che ho incontrato. Incredibile che invece di indagare i delinquenti, ci sono 50 poliziotti sotto inchiesta per tortura», dichiara il leader leghista in un tweet del 14 giugno 2020.

A seguito di una nuova rivolta presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, Matteo Salvini contestò ulteriormente l’operato dell’allora Ministro Bonafede: «Carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta): prima la rivolta in carcere, senza che un delinquente sia stato punito. Poi 48 poliziotti indagati per “tortura”, e stanotte altre violenze e altri poliziotti feriti. Basta, il limite è stato superato: ministro Bonafede, sveglia!».

Giorgia Meloni a sostegno degli agenti

Anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, si schierò dalla parte degli agenti: «In una Nazione normale lo Stato, all’indomani delle rivolte nelle carceri, organizzate dalla criminalità organizzata, avrebbe agito tempestivamente e punito in maniera esemplare i responsabili, con processi per direttissima e revoca di massa dei benefici penitenziari come chiesto da Fdi. In Italia invece arrivano incredibilmente e vergognosamente gli avvisi di garanzia alla Polizia Penitenziaria. E cosa grave, il compito di notificarli viene affidato ad un altro Corpo dello Stato, i Carabinieri. Fratelli d’Italia esprime solidarietà agli agenti della Polizia Penitenziaria, ai Carabinieri e a tutte le nostre forze dell’ordine che, con mezzi inadeguati, difendono la libertà e la nostra sicurezza. Ricorderemo anche per questo indegno epilogo delle rivolte nelle carceri Alfonso Bonafede ministro della Giustizia».

Un “premio” agli agenti proposto da Fratelli d’Italia

Alcuni deputati di Fratelli d’Italia, tra questi il responsabile Giustizia del partito Andrea Delmastro, annunciarono il 14 giugno 2020 un’interrogazione al Ministro Bonafede con la seguente “proposta”: «La magistratura faccia il suo corso, ma anche la politica faccia il suo e il Ministro Bonafede – magari e per sbaglio – batta un colpo, difendendo l’onorabilità e la professionalità dei nostri uomini in divisa e conferendo l’encomio solenne. Qualcuno in Italia, oltre a difendere Caino, dovrà pur stare dalla parte di Abele. Noi stiamo senza se e senza ma, al fianco di chi, in divisa, contiene le rivolte e non dei detenuti che le organizzano».

Gli arresti

Il 28 giugno 2021, oltre un anno di distanza dai fatti del 6 aprile 2020, scattarono le misure cautelari nei confronti di 52 agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere: 8 arresti in carcere, 18 arresti ai domiciliari, 3 obblighi di dimora e 23 interdizioni dall’esercizio del pubblico ufficio. I reati contestati, a vario titolo, risultano essere: concorso in torture pluriaggravate, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.

Le proteste di Salvini

Di fronte a questo fatto, Matteo Salvini interviene a sostegno degli agenti attraverso un video pubblicato sulla sua pagina Facebook: «Giovedì sarò a Santa Maria Capua Vetere (Caserta) per portare la solidarietà – mia e di milioni di italiani – a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in condizioni difficili e troppo spesso inaccettabili. La Lega sarà sempre dalla parte delle Forze dell’Ordine», scrive Salvini nel post.

La diffusione delle foto degli indagati venne contestata sempre dal leader leghista attraverso un post Facebook del 29 giugno, poco prima della diffusione dei video che dimostravano le violenze nei confronti dei detenuti.

Meloni e Fratelli d’Italia contro gli arresti

Anche Fratelli d’Italia, sempre il 28 giugno 2021, contesta gli arresti e prende le difese degli agenti coinvolti. «A loro va la nostra solidarietà e vicinanza», dichiara Giorgia Meloni seguito da un solidale vicepresidente della Camera Fabio Rampelli (FdI) «Sconcerto per l’indagine della magistratura a carico di 52 agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua a Vetere per i fatti dello scorso anno. È bene fare una sintesi per gli smemorati. In uno stato di crescente tensione a causa della pessima gestione del lockdown e della pandemia da parte del governo Conte, tutti gli istituti penitenziari d’Italia furono attraversati da violentissime ribellioni scoppiate tutte insieme. Violenze che causarono morti, feriti, devastazioni, incendi».

I video della «mattanza»

Il 29 giugno 2021, Domani pubblica i video delle violenze presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere riaccendendo l’attenzione su quanto avvenuto lo scorso 6 aprile 2020.

Immagini che, di fatto, confermano le accuse nei confronti degli agenti e giustificano l’operato della Procura di Santa Maria Capua Vetere nel proseguire l’inchiesta, contestata politicamente da Lega e Fratelli d’Italia.

I commenti mancati dei politici (tranne Letta)

A seguito della diffusione dei video, Domani aveva chiesto ai leader dei principali partiti di fornire una loro dichiarazione sul pestaggio dei detenuti. Solo Enrico Letta aveva risposto all’appello del giornale: «Immagini gravissime su cui la Magistratura farà piena luce. La legge vale per tutti e in Italia vige lo stato di diritto. Abusi così intollerabili non possono avere cittadinanza nel nostro Paese. A maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore».

La sospensione degli agenti e le dichiarazioni di Cartabia

Sospesi i 52 agenti penitenziari indagati per le violenze sui detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, interviene il Ministero della Giustizia con una nota: «Una volta ricevuta formale trasmissione da parte dell’Autorità Giudiziaria di Santa Maria Capua Vetere dell’ordinanza di custodia cautelare, sono state immediatamente disposte le sospensioni di tutti i 52 indagati raggiunti da misure di vario tipo».

Sconcerto da parte del Ministero della Giustizia, «un tradimento della Costituzione» e «un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti, e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della Polizia Penitenziaria deve portare con onore» afferma la Ministra Cartabia che, nella mattinata del 30 giugno, aveva convocato il capo del DAP in carica, Bernardo Petralia, il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma e il sottosegretario Francesco Paolo Sisto per valutare la situazione ed eventuali provvedimenti.

La “denuncia” di Magi

«A ottobre feci un’interpellanza al ministro della Giustizia Bonafede ottenendo una risposta abbastanza sconcertante da parte del sottosegretario di Stato Vittorio Ferraresi, delegato dal ministro. Parlavano di “perquisizione straordinaria” e soprattutto di una “doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità dell’intero reparto” del carcere di Santa Maria Capua Vetere». Queste le parole di Riccardo Magi di +Europa Radicali rilasciate a Open, sostenendo di aver presentato lo scorso ottobre un’interpellanza urgente all’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Salvini ammette la «mattanza», ma sostiene gli agenti

Il primo luglio 2021 Matteo Salvini si reca nuovamente presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere: «Se qualcuno ha commesso violenza deve pagare», afferma il leader leghista, «quando ho visto le immagini sono rimasto sconvolto, però sono venuto qui per dare solidarietà a tutte le forze dell’ordine perché dopo questo disastro e questa che può essere definita una sconfitta dello Stato non passi il messaggio che tutti gli uomini in divisa siano dei criminali».

«In quelle immagini vediamo la frustrazione delle forze dell’ordine condanniamo le violenze», dichiara ancora Salvini, «ma doveva essere una normale perquisizione dopo le rivolte dei giorni precedenti, poi la situazione è sfuggita di mano».

La direttrice del carcere non era presente

La direttrice del carcere, Elisabetta Palmieri, non era presente al lavoro durante i giorni delle proteste e della «mattanza». «Non c’ero in quei giorni, ero assente per gravi problemi di salute. Penso che quelle immagini, che sono agghiaccianti, abbiano ferito e turbato tutti», afferma Palmieri concludendo così: «Le motivazioni possono essere tante; c’era stata comunque una protesta molto, molto forte, il giorno prima da parte dei detenuti alla notizia del primo caso Covid. Si erano impossessati di alcune sezioni e anche barricati all’interno. Ma non si può rispondere con la violenza. Non sono giustificate quelle immagini e sono agghiaccianti». Una situazione che aveva imposto uno dei detenuti colpiti dagli agenti, Vincenzo Cacace, a chiedere scusa per averla tirata in ballo durante le sue testimonianze.

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