Dal Ddl Zan al Quirinale: come l’accordo tra Renzi e Salvini può portare fino al Colle

Le prove tecniche di intesa tra Italia Viva e Lega potrebbero arrivare fino al Quirinale. Dove i due Matteo potrebbero portare un nome condiviso. Quello di Draghi è il più gettonato. Ma…

Dal Ddl Zan al Quirinale. Le prove tecniche di accordo tra Matteo Renzi e Matteo Salvini sulla legge contro l’omotransfobia possono portare Italia Viva a scegliere con il centrodestra a trazione leghista l’uomo che sostituirà Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Uno scenario possibile numeri alla mano: oggi la coalizione formata da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Coraggio Italia arriva a contare 440 parlamentari. A cui vanno sommati i 38 delegati regionali. Italia Viva ne ha 45. Insieme e con la possibile aggiunta di qualche voto, spiega oggi la Repubblica, hanno più o meno i numeri per eleggere l’inquilino del Colle a partire dal quarto scrutinio, quando serve la maggioranza assoluta.


Salvini e Renzi: dal Ddl Zan al Quirinale?

Quello che resta dell’alleanza che ha portato al governo giallorosso invece di voti disponibili ne ha 404. E d’altro canto anche nell’intervista rilasciata ieri il senatore di Scandicci aveva parlato della possibilità di sganciarsi dal centrosinistra alleato con il MoVimento 5 Stelle: «Il Pd in questi mesi ha scelto una strategia suicida, immolandosi per Conte sia nella vicenda crisi che su Draghi che nelle ultime discussioni in casa grillina. Forse i nostri amici del Nazareno potrebbe occuparsi di più della loro miope visione anziché attaccare noi che non ci svendiamo a un progetto fallimentare come quello pentastellato». Annunciando poi anche la sua volontà di trovare un accordo con la destra per il Quirinale: «Il sogno è sempre quello di eleggere un Presidente della Repubblica con un consenso amplissimo. In questa elezione, per di più più, la destra ha il 45% dei grandi elettori, quindi sarà sicuramente al tavolo. E meno male che nel 2019 abbiamo tolto i pieni poteri al Salvini del Papeete: fossimo andati a votare allora — come volevano alcuni dirigenti anche del Pd — ora dovremmo eleggere un Presidente sovranista».


Per questo l’intesa (ancora da trovare) sul Ddl Zan potrebbe essere l’architrave per eleggere insieme il presidente della Repubblica. Ma rimarrebbe comunque il problema di trovare un accordo sul nome. Anche se lui stesso si dà il 10-15% di probabilità (e ieri ha incassato il prestigioso endorsement di Lino Banfi), quella di Silvio Berlusconi al Colle non pare un’ipotesi percorribile. Non solo perché il leader di Italia Viva l’ha esclusa anche di recente («Berlusconi al Quirinale? Mi consenta, stiamo esagerando…», ha detto a L’Aria che tira su La7), ma anche per le vicende giudiziarie che riguardano il Cavaliere e per l’oggettiva difficoltà a votare un nome del genere con le urne che si avvicinano sempre di più sia per il centrodestra che per Italia Viva.

I nomi per il Colle: l’ipotesi Draghi

In realtà il nome che tutti fanno per il Colle è quello di Mario Draghi. Che passerebbe così da Palazzo Chigi al Quirinale in quella che da mesi viene annunciata come un’irresistibile ascesa. E che però potrebbe portare con sé qualche problema. Il primo è che quando Salvini disse sì a SuperMario sottolineò che il suo governo doveva durare qualche mese, ovvero il tempo di portare gli italiani alle urne. È possibile che per dire sì a Draghi al Quirinale il Capitano chieda in cambio una data certa per il voto. Anche perché nel frattempo rischia di perdere quella leadership del centrodestra che si assegna a chi prende più voti all’interno della coalizione, e Giorgia Meloni è sulla corsia di sorpasso già da molto.

In più c’è il problema del Recovery Plan. Del quale Draghi dovrebbe mollare la gestione se finisce al Quirinale. Ecco perché è possibile che l’ex Bce metta da parte le ambizioni personali per guidare il suo governo fino al 2023. Magari per puntare successivamente alla presidenza della Commissione Europea, visto che nel frattempo quell’Angela Merkel con cui mantiene un filo rosso sarà andata in pensione e il Vecchio Continente ha bisogno di un rimpiazzo di prestigio per rilanciare il suo progetto dopo la pandemia e sconfiggere definitivamente il sovranismo. D’altro canto Marcello Sorgi su La Stampa oggi disegna un altro scenario che non porterebbe alle elezioni dopo la salita di Draghi al Colle: Salvini accetterebbe che la legislatura, gravata dagli impegni importanti connessi al Pnrr, arrivi alla sua conclusione.

I possibili piani B: Cartabia, Pera, Casini

In questo scenario a condurre fino al 2023 sarebbe un altro tecnico, come l’attuale ministro dell’Economia Daniele Franco. Altrimenti c’è un piano B. Anzi, ce ne sono diversi. A partire dal bis a tempo di Sergio Mattarella, negato però a più riprese dall’interessato. Passando per Marcello Pera, considerato però troppo vicino alla Lega. E per Pierferdinando Casini, che è il più bipartizan visto che è stato al governo sia con il centrodestra che con il centrosinistra. Ma il nome più gettonato è quello di Marta Cartabia. L’attuale ministra della Giustizia gode della stima dell’attuale inquilino del Colle (tanto che il suo nome circolava per la presidenza del Consiglio quando si ragionava di ipotesi alternative rispetto al Conte Bis). E sarebbe la prima donna ad arrivare al Quirinale: un merito che Salvini e Renzi potrebbero attribuirsi insieme. Mentre così Draghi potrebbe restare tranquillamente a Palazzo Chigi.

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